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foto di Ugo
- E Giacobbe si recò in Egitto, e qui egli morì come anche i nostri padri; essi furono poi trasportati in Sichem e posti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato e pagato in denaro dai figli di Emor, a Sichem. [Atti 7,15-16]
La verità ti fa male lo so. Mi faccio accompagnare dai bambini alla tomba di Giuseppe (“Qaber Yusef! Qaber Yusef!”), a Balata. Oggi e’ venerdì, giorno di festa per il popolo del Profeta. E i negozi sono chiusi, e quando il sole batte questo campo è per i giochi dei piccoli. I grandi ci pensano la notte. Il capo del gruppo è più bassino degli altri ma ha una faccetta già consumata, per quella strana dinamica che ci induce a misurare l’esperienza dalla profondità dei tratti somatici. Conosce anche qualche parola d’inglese, capisce subito cosa vogliamo vedere. La poca gente seduta fuori le case ci guarda stupiti, scortati da questa dozzina di scugnizzielli festanti. “Saworna! Saworna! Saworna!” ci fermiamo in un angolo per una foto, tutti insieme, dita alzate, sbracciamenti. E che ne sapeva Giuseppe dall’Egitto del faraone del potere dell’immagine. O sì. Di due dita alzate. Del digitale integrato. Estraggo un’Imperial dal pacchetto, “Imberiàl!”, dice il ragazzino, “Dad Imberìal!” conferma soddisfatto. Il padre fumerà imperial, il padre, sicuramente più piccolo di me, certamente scavato dentro più di me, necessariamente meno al sicuro di me. Se ancora è vivo, se non è in galera. Se non si nasconde. Magari è qui vicino, magari alla finestra accende un’Imperial. Magari niente, provvederà a fare un altro figlio superandomi di nuovo. Nulla, neanche qui riesco a lasciarmi in pace perdio. In un luogo sacro, il campo profughi. Infine arriviamo: una bassa cupola sfondata, pareti annerite, munnezza tutt’intorno. I figli di Emor fecero un affare a vendersi qualsiasi bene immobile qui. I bambini imitano rumori d’esplosioni e proiettili per spiegare cos’è accaduto a questa cosa che noi foreigners desideravamo ardentemente visitare. C’è stata una battaglia qui. Una volta a casa m’informo. E già che ci sto le giro, queste informazioni. La tomba cambiò etichetta, diventando la maquam di un santo islamico fino al 1980, quando quei pazzi di coloni decisero che appartenesse loro. Vabbuò. Durante questa seconda stronza intifada divenne quartier generale per l’esercito israeliano stanziato a Balata. La maquam si trasformo’ in simbolo della presenza di quest’invasore a sei punte e quindi distrutta, dai palestinesi stessi, nel momento in cui IDF e settlers “furono costretti” a lasciare il campo. Adesso queste pietre bruciate non sono di nessuno che non sia alto più di un metro e venti e chiassoso e apparentemente felice di aver assolto bene il compito di guida. I grandi non imparano mai che un giocattolo conteso con forza e troppo a lungo si rompe, e che c’è sempre qualcuno in grado d’accontentarsi dei pezzi che loro non avranno mai. Mi fa male, comincio ad amare questo popolo, quello del campo profughi. Non dovrei, non mi spetta, è un’impressione. Potrebbero mangiarmi al primo colpo di vento. Potrei essere meno falso quando sono entusiasta. Potrei far finta di essere davvero interessato ad una tomba di cui non sapevo niente fino a stamattina. Ne ammazzarono, solo in questo punto, proprio qui, diciassette. Tre anni fa o forse meno. Nell’ultima settimana qui intorno, nell’area di Nablus e Tulkarem, hanno fatto fuori cinque ragazzi. Feriti non so quanti. Quando ci salutiamo li sento gridare il mio nome, magari condito da chissà quante e quali parolacce in arabo, magari anche no, alzo le due dita in alto senza sapere perché. Perché ho i capelli lunghi e posso ancora permettermeli, come sogni di speranza, come questa pelle liscia che non avrete mai, come questi nomi della cui utilità posso fare tranquillamente a meno. Lasciarli volentieri a quest’elicottero sulle nostre teste che tra venti minuti sgancerà due missili su Salfit. Non dire una parola che non sia d’amore.


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