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coglioni e kalashnikov
Palestina: parliamone. Di mattina, dopo la paranoia notturna a base di coloni, insonnia e gente pazza, ci incamminiamo da Tiwani a Yatta.

Non sappiamo se sara' possibile raggiungere Nablus dopo l'attentato, ma l'alternativa e' il nulla. Attraversiamo altri villaggi di pietra, cumuli di terra, vegetazione spinosa. Sembra d'immergersi nella terra viva, un vecchio capillare del mondo, ostruito da anni di colesterolo umano.

C'e' una vasca, romana dicono, colma d'acqua piovana dove i bambini si tuffano. Al nostro sudaticcio e claudicante passaggio s'alza il solito coro di divertiti e impavidi "what's your name?". Poi troviamo un service per la piazza, da li' un trasporto per Hebron. Il blocco di ieri mattina e' stato tolto, non abbiamo bisogno di cambiare auto. Ad Hebron ci aspetta Luca: sta insegnando di fotografia e punti di vista. Luca ci offre un passaggio fino a Kalandia. Passando, Gerusalemme ovest, compro delle birre: in un altro pianeta, quello del colore industriale, dei vini, dei prezzi sempre superiori alle due cifre. Sono morti tre civili tre nell'attentato, fiocchi d'arancio in aumento. Poi verremo a sapere che sono cinque le vittime complessive. Passare Kalandia: nessun controllo. Passare Awara: nessun controllo. Mah. E tutta la storia della west bank chiusa. Mai successo, passare cosi', cosi' liscio che nel pomeriggio siamo a Nablus. Poi, il fatto che l'attentatore fosse di Tulkarem...



eravamo a Tulkarem due giorni prima con Aziz di Kufia, organizzazione palestinese di cultura e sviluppo, e oggi pare sia sigillata, la citta'.

Bella Tulkarem col suo campo profughi di 25000 abitanti... Aziz organizzo' qui una manifestazione per la Sgrena guadagnondosi i sospetti e le minacce dal boss della Jihad locale. Storia vecchia e chiarita (sbaglio: e' strutturalmente impossibile in questo posto avere a che fare con storie vecchie e chiarite). Ma oggi, per telefono, Aziz ci fa sapere che sono entrati alle due, due case sono state occupate dall'IDF e utilizzate come checkpoint, che hanno ucciso un poliziotto e si sono portati cinque persone, che hanno imposto il coprifuoco.

Due giorni fa m'ero portato io questo poliziotto e il suo kalashnikov come bomboniera turistica nella fotocamera di Ugo, perche' ci mancava, perche' di essere fessi nel delirio pare ce ne sia sempre bisogno. Poi il fango diventa cemento, bisogna muoversi in fretta, ascoltare i Blur, capirci qualcosa. All'universita' di Jenin, quella araboamericana, quella gonfia di denaro saudita, un gruppo di studenti impegnati e ideologicamente infervorati da un simpatico biondino danese, tra un succo di fragola e un caffe' si parla di come boicottare i prodotti israeliani. Come se l'indipendenza palestinese dipendesse da altre dipendenze: nessun progetto di produzione interna che non siano chiacchiere d'accademia. O al limite "dobbiamo imparare come fanno gli israeliani, imparare dal nemico perche' e' piu' forte, imitarlo sul suo campo". Questo mi dice un ragazzo scuro di carnagione, in disaccordo col boicottaggio che e' chiaramente impossibile perche' alternative non ce ne sono. Il mito del meglio che viene da israele, il nemico potente, o forse il fratello maggiore, o forse il padre padrone, o forse sogno-incubo da cui per certi versi e' comodo non svegliarsi mai: un tassista si ferma a comprare qualcosa da bere. Se ne torna con succhi di frutta made in Israel ovviamente. Per curiosita', perche' non hai comprato roba araba? Perche' la roba araba fa schifo. Cioe', questo e' il succo della questione: una dipendenza mentale dal piu' forte, che vince nela storia perche' ha l'esercito migliore, che vince nella testa degli oppressi perche' da quella forza gli e' permesso fare cose indubbiamente migliori. Le cose da avere per essere vicini allo standard d'esistenza visto in televisione o a Gerusalemme ovest. Questa strategia perfetta di usare i canali di distribuzione e consumo stretti come un contagocce con una categoria pronta a subirsi tutto perche' non c'e' iniziativa e non potra' esserci con le vie di comunicazione tagliate... nessuno pare riesca a capire che e' Israele a dipendere dalla Palestina perche' questo e' il suo mercato perfetto, un mercato d'imposizione senza il quale questo paesino artificiale sarebbe finito, terminato nella sua stessa utopia. Imploso nell'impossibilita' di poter esportare tra confini ostili. Se l'enclave serve qui, avamposto tra i paesi arabi custodi del Tesoro, la comunita' internazionale non fara' mai nulla per bonificare questo grasso humus stretto tra il giordano e il muro di contenimento. Parliamoci chiaro: Israele serve ad altri, ma per sopravvivere ha bisogno di questa simbiosi con quello che resta del mondo arabo "laico". Poi ci si scopre stupiti quando si fa fronte all'assoluta mancanza di potere interno dell'Autorita': i fantocci degli accordi non hanno nessun collante con la societa'. Nessun politico entra a Jenin prima di aver avvertito Zak, ad esempio. La polozia svanisce all'arrivo dei soldati, ad esempio. E dei coloni, che dirne: poveri folli sostenuti dal governo Israeliano e da questo considerati reietti.

Andarsene dalle colonie nella west bank (tutt'altro discorso ora per Gaza, of course) significa perdere privilegi, finanziamenti e pagare un riscatto, una mora, per quelli ricevuti in passato. Una bella trappola strategica. Questa macchina fa girare tanti soldi, non solo in Israele, anzi, e soprattutto garantisce una sorta di fondo cassa permanente. E' la testa della gente comune che se ne va, tra spinte estreme di sospetto e disponiblita' ipertrofica. I villaggi sono piu' aperti delle citta'forse prorpio grazie all'autosostentamento, si potrebbe partire da li' per staccarsi. Hamas e la Jihad sono una croce uncinata meno tagliente di Fatah e del suo supereroico quanto inservibile braccio armato. Passare in meno di sei ore dalla mancanza di acqua e luce ad At Tiwani all'estabilishment altoborghese riunita in occasione mondana ad An-Najah e' uno shock notevole, almeno per me lo e' stato. Siamo invitati ad un concerto all'universita' di Nablus, luogo dove meno di una settimana fa i ragazzi di Hamas ne hanno impedito un altro, di musica pop, sparando in aria. Ma qui non si puo' sparare senno' il rettore s'incazza, no? Concerto di musica classica, sbrilluccichio di abiti e cravatte, situazione patinata come solo le accademie sanno concedere, qui piu' che altrove.

Ebbene queste due tipe, Rima Tarazi e Tania Nasir (da quello che ho capito non professionista ma molto molto brava), hanno intonato una serie di canzoni monotematicamente incentrate sul raising palestinese dei futuri che verrano. In arabo, ovviamente, ma a noi hanno dato un libretto con le traduzioni. Un'esperienza notevole, ma io venivo da Tiwani: quanti di questo pubblico, Palestinese che bazzica l'estero in grazia alla copertura mediatica della Palestina, e' a conoscenza della sola esistenza di quel villaggio? Dove stanno costoro quando i coloni entrano e spezzano le ossa alla gente inoffensiva (il famoso "terrorirsmo" e' molto piu' lontano da questi villaggi che da qualsiasi media cittadina italiana; so che sto dichiarando una cosa scontata ma sappiate che forse per i coloni, e non per il governo d'Israele, non e' cosi')? Per quale popolo cantano? Sembra Berlino sotto le bombe, c'e' un che di nazista in tutto cio', al di la' dell'aspetto formale (c'e' chi ha intrasentito una Lulu' Marlene in quelle note), ma nel contenuto stesso dei testi. E soprattutto, vederci applaudire, canticchiare, sostenere in qualche modo mentre mi sento fuori luogo per come sono vestito allo stesso modo in cui mi sento fuori luogo in Italia in eventi del genere, vedere questo cosa mi espone al rischio di sentire la mia presenza di straniero come dannosa, come accondiscendente verso quella che sembra il bello della democrazia ma che non e' diversa dalla stessa merda che rifiuto nel mio paese.

In particolare, leggete il testo di questa canzone, Gerusalemme (ovviamente tradotto):
Because I was born Palestinian.
Because my roots are deeply implanted in history.
Because I was born Arab and, in Al Quds have lived since the dawn of time.
I die every day
Al Quds has always been ours
In our hearts it lives and will never die!
Every alley and every home bears my name
My dreams and memories are engraved in its walls
Reminding us all Al Quds is Arab, it shall never die!
Eccetera. Tutto molto bello, ma avrebbe meritato una marcetta militare sotto. Questa e' una strana deriva, all'universita' poi, rivendicazioni giocate sullo stesso piano di falsificazione storica messa in atto dagli israeliani. Lo stesso piano. Gerusalemme poi, d'infinite mani, segno di un possesso che non c'e' mai stato per nessuno. Non a lungo. Gerusalemme poi, da qui lontanissima, da qui assolutamente fuori luogo. Nablus e' Palestina, Jenin e' Palestina, e' per questo che si dovrebbe combattere. E gli stessi applausi. La stessa cosa: nessun interesse verso gli interessi del grosso della popolazione. Una vita. Non normale, una vita. Possiblie, almeno, sensata. Senza file per tornare a casa, senza l'umiliazione costante finalizzata all'iazione. O alla scusa plausibile per farla finita e permettere che si dica "hai visto? sui civili! hai visto? non hanno strategia!". Freikorps senza futuro, assetati dall'immediatezza della violenza, assecondati dall'IDF al quale conviene crescerseli per legittimare lo status quo e potarli come rametti quando diventano troppi. E questa gente qui, nell'aula magna, con la foto di Arafat e la bandiera, che fuori da questo casino, magari in America, magari in Europa, parla della propria terra e del proprio popolo senza saperne nulla di cosa succede alla propria (?) terra e al proprio popolo.

E poi ci siamo noi, disorganizzati, pericolosi spesso, attivisti dell'inconsapevolezza. Alcuni feticisti dello sgangheraggio, altri con la sindrome dell'efficienza.

C'e' la possibilita' di raggiungere con minuzia di dettagli ogni informazione, di produrla, di sfidarla grazie a una rete di spostati, egotisti anonimi, supereroi della presenza. Ecco che succede: Annie, questa sessantenne inglese che ho visto sempre in mezzo ai casini, amica dei fighters, nella sua individualissima vanagloria ha esposto tutti a rischi inutili, cambiandosi nome sul passaporto, distribuendo foto, muovendosi come un camaleonte rotto su di una superfice trasparente. Il tizio ucciso stanotte del quale s'e' parlato anche in Italia, le operazioni di occupazione, l'aereo che ci ha conciliato il sonno, tutto questo accadeva a casa sua. Di Annie. I soldati sono entrati in borghese, hanno circondato la casa, poi 25 jeep tutt'intorno. Sono entrati e hanno ucciso questo leader di Al-Aqsa, ricercato da tre anni, davanti agli occhi di questa romantica signora inglese. Poi hanno sequestrato tutte le foto, gli archivi, i nomi. Bel lavoro, Mrs. Annie. A lei e' stata intimata l'estradizione entro 24 ore, pena l'arresto. A noi hanno regalato, grazie a tutta la faccenda, una probabile incremento del tasso di antipatia e infastidimento da parte della popolazione. Non per sospetto di spionaggio, ma per certezza di stupidita'. L'esercito s'e' tenuto il corpo per quasi dieci ore, poi Mustafa e' andato a prenderlo per il funerale. 24 anni, si sarebbe dovuto sposare fra tre giorni con la sorella di Muhammad. Che ho incontrato oggi, con una faccia che per quel pochissimo che so di lui non gli ho mai visto, alla riunione per una manifestazione che si terra' al checkpoint di Awara fra qualche giorno. Riunione tra coordinamenti locali e di internazionali dove si parlava solo arabo. Dove e' stata richiesta la traduzione e non e' stata concessa. Allora che li chiamate a fare, questi internazionali arabofobi. Allora qual'e' il giochino al quale stanno giocando tutti. Penso ad Aziz chiuso dentro Tulkarem, circondato dai suoi uccelli, in gabbia anche loro. Alla solitudine negli occhi che il carcere gli ha lasciato. Al fatto che tutti coloro che possono, qui, ci provano a fare qualcosa, magari solo coinvolgere interessi. Al fatto che in realta' la medaglia e' sempre una, appesa al collo della comunita' internazionale come premio, il riconoscimento ufficiale di un giochino perfetto. Arcaismo: lotta di classe. Sى', penso di si'. Ma per ora stiamo ancora al gioco.


khalastin in Alice in Settlerslan...
khalastin in Jenin. Vi scrivo dal...