terra promessa

estetica del conflitto ai tempi del libero scambio

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lunedì, 11 luglio 2005

Jenin. Vi scrivo dalla tazza del cesso dell'ufficio di Movimondo dove ci siamo accampati ieri, a 500 metri dalla frontiera. Jenina che m'ero sognato in quella primavera 2002 lontanissima sta qui sotto di me col suo sistema idraulico e tutto il caldo e l'ennesima Imperial. In bagno perche' fuori la truppa brama il laptop come il demiurgo che possa metterla in contatto col mondo di fuori. Perchè questo far east in versione "riassunto del pianeta terra" comincia a starci stretto. Troppo sudore sudato male. Quando entri a Jenin ti accoglie un cartello rosso con su scritto in tre lingue che agli ebrei non e' concesso il transito. A meno che non sia esercito. Poi ti accoglie uno dei fatti piu' belli della West Bank. Ulivi a morire, piantagioni, trattori. Filo spinato e corrente elettrica, ma decentemente camuffato da una sorta di Cilento dolorante. Non era cosi' Jenin in quei sogni da cinegiorgionale, corpicini schiacciati e urlanti sotto le macerie, manifestazione tangibile della bestialita' umana.

Il quartiere e' stato ricostruito, i bambini corrono per strada. Non so, non vorrei dare un quadro tutto rose e fiori ma e' la prima volta da quando sono qui che mi sento rilassato. Jenin e' piu' disinvolta, almeno all'apparenza. Forse i settlers si fanno i cazzi loro. Ma so che non e' cosى. Dai tetti si puo' vedere la linea del muro e le luci di Israele, ma gli sparacchiaggi in giro sono meno consistenti, pare. Forse l'accoglienza. Boh. Mai avrei creduto di mettere piede qui, nel mio incubo d'Aprile, per dormire notti grasse. Anche quando ci tagliano la strada con la jeep e scendono muniti di fucilone a chiederci chi cazzo siamo il tutto ha un che di disinvolto, anche galante, asciutto. I fighters qui hanno piu' controllo probabilmente, tipo mafia, autoregolamentazione. Il boss della situazione in citta' pare si chiami Z. e mi sta gia' simpatico. Ma perche' abbiamo la parola d'ordine "italiani": sorrisi e wellcome a strafottere. Io e Ugo partiamo da Nablus la mattina, prestissimo, con Giula e Luca. Missione Mobile Clinic col Medical Relief da Jenin al villaggio di Ya'Bad, 8000 anime, uno dei piu' grandi. Questo sabato arrivano i "dottori", quelli seri del Fisicians for Human Rights, israeliani con la coscienza da pulire. Ma utili, pare. Andiamo per intervistarli, atteggiati a professionisti di qualcosa.

In effetti con le divise dello staff medico sembriamo quasi utili al mondo. Poi arrivi laggiu' e vedi tutto il paese in fila per le visite, che d'ora in poi avranno scadenza mensile, dicono.

La gente di Ya'Bad si lascia forviare da quest'estraneita' onorandoci con una socievolezza mai vista prima. Mi sento una merda ma sono felice. Una donna mi chiede aiuto per farla arrivare nel mio paese, Italia, lo chiede guardando fisso nell'occhio della telecamera e io non so che dire o darle. Un ragazzo mi parla di Allah, il dio migliore, di come da piccolo lesse in un'antologia due capitoli della Fattoria degli Animali che tenta di raccontarmi, di come si prega, di come fare a trovare lavoro nella terra dei balocchi, l'italia. E senza che io gli dia niente, assolutamente niente, men che meno sincerita', mi saluta traducendo quest'habibi con "I love you" e il mio cuore si schiatta. Altri ci presentano famiglie intere, parlano di viaggi all'estero, ci offrono 27 insostenibili caffe', cibo, asilo. Inviti a casa. Poi arrivano i medici e inizia la baraonda.

Litigi per la fila, ressa, Io non sono un medico. La telecamera mi scherma fuori. Riesco a trovare la prima preda, un dottore molto vecchio, bassino, gli chiedo se e' possibile parlare cinque minuti in video. E' sospettoso, naturalmente, ma poi si apre. Ma il casino fuori e' notevole e il lavoro pure. Stacco e rimando il tutto a dopo. Non prima d'aver notato quel tatuaggio sul braccio sinistro, quei numeri scoloriti dal tempo, il codice dell'internamento. Eccone uno, penso. Ecco perche' si trova qui. E ancora la mia presenza qui, oggi, al di la' di tutto, la mia sola presenza, forse, ecco cos'e' che paga, il pensiero che forse non si e' soli, se qualcuno riesce ad entrare nell'assedio, e ascoltare, anche senza partecipazione, ma starci vuol dire che di fondo c'e' un interesse, minimo, la nostra valuta di scambio. E qualcosa dovra' pur valere nel libero mercato, queste due parole di circostanza, solo il fatto che una bocca ashnabi si muova per te, probabilmente, allenta la morsa della solitudine, dell'abbandono, aveva ragione Edo. Forse. Al campo profughi di Jenin c'è questo cavallo fatto con le lamiere del 2002, fa abbastanza cacare ma dicono si tratti di monumento. E c'è il cimitero, dove ci abbandoniamo a turistame selvaggio mentre un ragazzo prega, in silenzio, parole che non sapro' mai. Jenin, ho tutto il tempo per pensarci, sono stanco e le zanzare mi pungono, proprio oggi dico, oggi dopo aver levato il miele dalle arnie in uno scafandro bianco, in visita al progetto di Movimondo: sapone, miele, conserve varie. Attivita' di microcredito per le donne. Fotografie ovunque, accoglienza da grandi feudatari che scendono tra i vassalli. O forse riconoscenza per la presenza, pura e semplic, come sopra. Pranzi assurdi a base di queste enormi pizze di cipolle e pollo, yogurt. Non riesco a dirlo, mi becco un altro habibi da un altro ragazzino e c'è sincerita' nelle strette di mano. Mi sento come mio padre quando giravamo nei paesi a cercare l'olio, o le uova o il pane, quando l'ammiravo per la maniera con cui riusciva a gratificare l'ospitalita'. Io, spaesato piu' che sempre. Rispetto questa gente come mai prima. Apprezzo questa stramba capacita, d'adattamento che fa a pugni con la contraddizione permanente. Spiragli d'equilibrio in questo giro di boa.

Come nel lasciare Nablus, il venerdi' di festa, ho assitito al fine settimana palestinese: i piedi nel ruscello, narghila, riso in foglie di vite, canti piu' o meno tradizionali. Bambini. Triflisco, insomma.


Poi basta vedere quante bottiglie di Tapuzina ci sono sul tavolo ricordarsi chi e' che comanda. Ma per ora ci godiamo il calore, la testa in standby. La narghila.

[foto di Ugo - quella di Sara con la bimba e' mia e ne vado quasi fiero]

Postato da: notears a 00:50 | link | commenti (6) |


Commenti
#1    11 Luglio 2005 - 15:37
 
con tutti questi alti e bassi sembra un luogo fatto apposta per il tuo carattere.
utente anonimo

#2    11 Luglio 2005 - 17:30
 
correggi subito, appena torni dalle montagne dei pastori..la foto tua mentr fumi narghila l'ho scattata io!!!!pretesa legittimia no? dato che e' bella..facit ambress a turnaq'
zaitun
utente anonimo

#3    12 Luglio 2005 - 10:13
 
Le foto e il ragazzo che prega in silenzio mi hanno colpito moltissimo e penso di non poter minimamente immaginare quello che stai vivendo lì in Palestina. Ti mando un abbraccio fortissimo!!!

(By Luca IMPARANZA
e pure Marco Classico
from Futura)
utente anonimo

#4    12 Luglio 2005 - 10:15
 
By Marco Classico:

"Cilento dolorante" A CHI ???
utente anonimo

#5    12 Luglio 2005 - 12:34
 
Ciao Diego sono Fabio, scusa se uso il blog impropriamente.
Il 20 luglio scade la domanda per fare il progetto leonardo (lavoro all'estero) se ti interessa fammi chiamare da Fulvia.
fabio.fierro-1440@poste.it
utente anonimo

#6    30 Luglio 2007 - 15:32
 
http://khala

[..] Troppe le news per elencarle. Come sempre tutte negative. Eppure una notizia indicativa di quello che sta realmente accadendo nei Territori in questi giorni c'è. Abbas, che mai ha rappresentato nessuno in Palestina, ha deciso di sciogliere le Br [..]
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente khalastin

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