terra promessa

estetica del conflitto ai tempi del libero scambio

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sabato, 02 luglio 2005

Il buono nelle cose: Nablus 30/6/2005 [foto di Ugo]



Che poi uno non lo sa finchè non succede. O meglio, ha sempre saputo che si tratta di un gioco, guardie e ladri su scala planetaria. In pratica la situazione prende una piega ripida nonostante la piena prevedibilità: ci trovamo tutti nella sede del Palestinian Working Women for Development a Nablus, quando Majdi lascia intuire che le cose la' fuori stanno andando strane. La notizia assurda di due commando israeliani catturati dai fighters mentre gironzolavano in borghese per la città vecchia sembra venire da un altro mondo. Ma le jeep militari che superano i nostri taxi a sirene spiegate sono vere. Scendiamo per fare un brevissimo briefing con altri internazionali e gente dell'ISM e del Medical Relief. Prime sintetiche istruzioni su come affrontare sound bomb, lacrimogeni ed eventuali proiettili. Ci dividiamo, gruppi da tre. Io Edo e Ugo andiamo verso il campo profughi di Balata, gli altri non si sa, al Jasmine probabilmente. Alla fine non so perchè andiamo li', ma siamo in ballo: noi tre, Alex, una ragazza inglese, probabilmente fotografa, e Muhammad, ragazzo straordinario, boss dell'ISM nel ghetto di Balata. "It's not funny", ci dice questa pallida e silenziosa ragazzina d'oltremanica mentre attraversiamo in taxi la città. E la strada è coperta di pietre, e persone che corrono e copertoni bruciati: fine della calma piatta. Ho la telecamera ma non riesco a riprendere, non so come muovermi, io sono nuovo di qua, non capisco l'arabo, parlo un cazzo di inglese. E soprattutto non so cosa stia succedendo. Il taxi ci ferma fuori Balata, una Jeep viene presa a pietrate da un gruppo di ragazzini: sembra lo stereotipo delle nostre infanzie incollato a quello dei reportage da quaggiù che arrivano, impacchettati col massimo rigore formale, in Italia. Dalla jeep i militari parlano israeliano, l'altoparlante distorce la voce, sembrano alieni cattivi venuti ad invadere un pianeta come nella fantascienza classica. Spersonalizzazione: i bambini giocano a sconfiggere un nemico che non è umano. Con le pietre. Balata è chiusa, sigillata ad ogni ingresso da mezzi militari, ci dicono quindici, sventolanti la stella di Davide. Muhammad ci guida per una sentiero tra le case da dove i ragazzini staccano le pietre. Primi spari e non so di quale cazzo tra le armi di cui sopra possa trattarsi. Camminiamo tra le case, veloci, corriamo. A testa bassa perchè non abbiamo idea. Perchè i fighters qui non ci conoscono, e in questo momento non è il caso di intraprendere le reciproche presentazioni e non so neanche chi o cosa sto seguendo. Pero' ridacchio, come i bambini intorno, lanciatori abilissimi, in grado di portare una pietra oltre una palazzina di due piani con una traiettoria parabolica. Senza supporti, solo le braccia. Lanciano massi dai tetti per ricavarne pietre di media grandezza. Come da noi, ma palesemente routinizzato.




Arriviamo al punto. Dentro Balata, a 30 metri da noi l'uscita della strada bloccata. In quest'incrocio si concentra il gioco dell'unità palestinese. In quest'entusiasmo goliardico, il gioco della battaglia, i ragazzi ritrovano unità anche con noi, stranieri, spie in potenza o semplicemente poveri stronzi inutili capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Da qui non si esce più. I ragazzi del MR sono cordiali, Muhammad gestisce tutto, coordina, divide telefoni, fa battute tutto il tempo. E' più giovane di me, sicuro. I soldati fuori la strada non fanno uscire più nessuno, neanche donne e bambini, neanche le ambulanze. Edo e Ugo seguono Muhammad in ricognizione a Jerusalem Street, io resto. Con un ragazzo spagnolo, qui da due settimane ma vergine di incursioni diurne. Forse la faccenda dei rapiti è vera. Forse. Ci si augura che non escano i fighters dal centro del campo senno' è un casino. Prime folate di gas, da fuori. Ricavo cipolle da un gruppo di signore. Poi quiete.




Aspettiamo sotto il sole, le pareti della strada sudano. Stallo. Non si esce, non si entra. Minuti che non passano mai, migliaia di pietre e sigarette. Il gioco stanca. Ma quando ti ritrovi da un parte, che sia giusta o sbagliata, simpatizzi. Questo lo sapete tutti. Anche perchè l'alternativa è fare lo straniero in terra straniera, e al momento qui non è il caso. Mentre aspetto mi vengono in mente le cose più stronze: videogiochi, scopate non fatte, zuppa di fagioli al Pecco. Anche nulla. Che cosa dovrà dire e come, quanto effetto di verità, quanto artificio per una cosa che, sostanzialmente, è normale amministrazione qui come atrove. Elicotteri setacciano la zona. Dico a un tale che imparero' l'arabo, prima o poi, in un'altra vita. Poi i ragazzi tornano "tutto tranquillo". Fuori ogni tanto si sentono colpi. Arrivano giornalisti del New San Francisco Cronicle o qualcosa del genere, mi chiedono qual'è la situazione "15 jeep all around Balata, no one can enter or exit". Mi chiedono com'è la situazione "all quiet". Lo sguardo del tipo è tutto un programma, mi atteggio a faccia paracula fingendo di fingere quando la realtà del fatto che io non sappia effettivamente niente della situazione o di qualsiasi altra cosa qui è maledettamente vera. Muhammad ci consiglia, ci chiede, di non dare informazioni (quali?), non parlare con chi non si conosca. Poi la situazione sembra stabilizzarsi, sotto un sole atroce, rassegnati all'idea di dover restare qui e subirci l'incursione notturna. Ero di fianco a Edo, seduto, quando ci sparano due lacrimogeni praticamente in bocca, nel momento di calma maggiore. Lo vedo buttarsi di scatto a lato, pensava (come me) che fossero pallottole. Poi non vedo più un cazzo, solo corsa tra gente che vomita. I polmoni in fiamme, le braccia, tengo aperti gli occhi. Io sostengo, qui, che non sono come i nostri. Fortunatamente Ugo è con me, Edo non so, dietro non ho idea di cosa succeda. La gente scende dalle case, tossisce. Chiedo a un vecchio delle cipolle, ce ne taglia una. Sputo catarri fangosi. M'aspetto il peggio, che entrino adesso nel campo, il che significherebbe un'operazione in grande stile.




Non succede. Ci hanno solo presi per il culo. Dopo mezz'ora circa se ne vanno. I ragazzini escono fuori in un tripudio, "vittoriosi". Stanotte qui saranno cazzi, o forse no. Muhammad ne approfitta, ci porta a casa di un suo amico, un martire, tagliato di netto a 23 anni da un missile. Filmiamo: la casa è un mausoleo al ragazzo, Kahlil mi pare, gigantografie, un modellino in scala di Al-Aqsa (che poi non è Al-Aqsa) dentro una teca. In un posto come Balata non puo' non mettere piede il fondamentalismo (che qui non raggiunge comunque livelli che vadano oltre la nostra Forza Nuova). Andateci in vacanza, capirete. Avere il rischio di trovarvi puntato un M16 in mezzo agli occhi nel bel mezzo del vostro Maurizio Costanzo notturno, ascoltare queste voci aliene di uomini-carro, figli d'israele. Qui si combatte contro mostri, cosi' come la tattica militare sionista ha deciso di apparire. E ci sarà una generazione intera, quella dei campi profughi, convinta che gli israeliani non sono esseri umani: stanno coltivando la loro nemesi. Poi mangiamo qualcosa, al centro di balata. Felafel, una frittata e altri fatti. I fatti migliori mangiati finora, o forse quelli più necessari, forse. Muhammad ci traduce la radio, il notiziario: nessuna rivendicazione, sarà stata una scusa per creare tensione, far ricordare chi e' che comanda, come fosse necessario. Non si perdono cosi' due soldati. Verso casa sentiamo il resto del gruppo, stanno bene. Casini nella città vecchia, ma ne sono stati lontani. Sembra di aver pianto per sei ore, milioni di lacrime, "un pianto antico". Questa cosa piace a Edo, ne sono contento. Ma se per le lacrime ci servono a forza i lacrimogeni, allora il problema è altrove.




Postato da: notears a 15:41 | link | commenti |


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