terra promessa

estetica del conflitto ai tempi del libero scambio

*loading* visite

martedì, 28 giugno 2005

A conti fatti (da altri) sono gia' a Nablus, ma a causa di quest'ansia da report che potremmo anche troncare qui (pochi mezzi, poco tempo e sostanzialmente niente da dire se non, alternativamente, schizofrenico - imploso - apocalittico - grottesco e tutto cio' che continuo a riciclare da piu' d'una settimana),  a conti fatti dicevo mancano alcuni pezzi. Il campo profughi di Betlemme, ad esempio, dove l'associazione Handala vive lotta e vende marchi insieme a noi. Sullo sfondo costante del muro, l'ambiente qui e' anni luce dai villaggi e dai coloni, il problema e' l'esercito che la sera entra e si porta via qualcuno. Sforacchiamenti un po' ovunque, ragazze senza velo. Che dire che non si sappia gia'.

Gerusalemme ovest di notte, domenica sera, l'equivalente di un nostro lunedi. Gli israeliani si divertono, bevono, fanno le stesse stronzate nostre.  Sono giovanissimi, ma come da noi uno del gruppo decide di non bere per guidare al ritorno, cosi' qui c'e' un povero coglione munito di pistolone a tracolla e vodka nella mano destra. Quest'e'. Qui non vince nessuno, la medaglia resta sospesa nell'interdipendenza delle facce. Anche quando la testa fortunata esce a forma di stella di Davide. L'assediante vive del proprio assedio, senza non sarebbe nulla se non un coacervo di gente che non sa niente di se - etiopi - russi - francesi da poco immigrati e sbattuti a fare il lavoro sporco. E piu' si finge piu' si estremizza per renderlo vero: due popoli identici con due lingue praticamente uguali - l'unica identita' tangibile e' quella cristiana, che sguazza in questa fogna asserendo di non averne una. 

E adesso questo posto, roccaforte dei Martiri di Al-Aqsa. Capitale del terrorismo, secondo Israele. Probabilmente e' cosi', Nablus e' fiera, chisa tra questi 12 check point. Sul pc da cui sto scrivendo queste cacate, in un posto detto Nethouse, c'e' un bel com'e' che si dice wallpaper mi pare, dicevo, sfondo del desktop con sopra questi ragazzini muniti di fucilone e kefiah. I nostri Costantino qui portano l'arma piu' in alto. Ma alla fine ne so un cazzo.

Postato da: notears a 17:11 | link | commenti (2) |

lunedì, 27 giugno 2005

Un po' di qua, random









Postato da: notears a 15:21 | link | commenti |

Gioventu' cavernicola
Jerico e' una fornace. Diecimila anni di colori sono passati da qui. Adesso c'e' un casino', accessibile solo agli internazionali. Qui non viene nessuno piu', oltre al turismo di guerra, s'intende. Vedo i primi check point palestinesi, scimmiottamento d'appendice di quelli israeliani. Al posto dei blocchi di cemento copertoni di macchine, e fucili che degli M 16 non hanno neanche il colore. Cammelli. Mike ci spiega un po'di cose, perche' ci fischiano le orecchie, ad esempio. Lo scarto tra Gerusalemme e Jerico e' di 1200 metri, qui siamo sotto il livello del mare, questo il monte della passione, la' la coltivazione di banane, laggiu` la frontiera - la Giordania: questa strada e` l'unica via per scappare dalla West Bank. A volte si puo` aspettare un giorno, a volte due per passare mezzo chilometro di sabbia. Qui la biopolitica del tempo e' totale, niente e' preventivabile senza l'arbitrio dei check point. 1997 fuga da New York. Da giorni associo le cose alla fantascienza. La percezione del tempo fermo tra queste pietre, i beduini che chiedono di cambiare euri da monete a carta. Il monastero di S. Giorgio incastonato nella gola di questo sogno bollente. Potrei buttarmi ora, da qui, da questi sassi, e chiudere la questione. Della pace. Invece ci tocca sostare al Papaya, parco giochi in mezzo al nulla, a sinistra del campo profughi. Mike sembra una velina pubblicitaria, aprono tutte le fontane possibili per mostrarci quant'e' bello questo posto. In gabbia dentro una gabbia di una gabbia maggiore, Ugo e Edo si fanno il bagno in piscina. Nell'oasi-conca la dissipazione e' d'obbligo, con questo caldo poi. Sotto il ventilatore, fornito di insalata di carote, penso al giorno prima. Yatta, sud di Hebron. Piergiorgio di Operazione Colomba lavora in questo villaggio, At Tuwani, nella zona piu' povera della West Bank. Gestiscono una clinica in mezzo alle grotte, sotto l'outpost illegale di Havat Ma'on. I coloni fanno bollire questi semi nel 2-fluoroacetamide, vietato in diversi paesi ma non qui, qui mai, e li piantano nei pascoli dei palestinesi. Ho fotografato una bel carognone di capra sul ciglio della collina, con il deserto del Negev da sfondo, mentre le ragazze entravano nel villaggio, loro sole - non potendo noi, maschietti, profanare l'assenza degli uomini ai pascoli. In compenso siamo offerti in pasto a tutti i bimbi maschi rimasti, facendo a chi si stanca prima. Antropologia della performance, la resistenza fisica alle cose. Ho un sole dentro ma non riesco a dirlo. Ezra di Ta'Ayush somiglia a un tamorraro dell'arizona: in realta` la sua ragione sociale e` l'idraulica. Dovrebbe essere ebreo, poi chi lo sa. Ci porta a Beit Yatir, a spasso nel letto scavato per adagiare il prossimo muro. Mai cosi' vicini alle colonie, la rete e' a un metro dal mio braccio sinistro, i soldati sanno che si tratta del solito rompicoglioni di taayush e lasciano correre entrando e uscendo dalle jeep, girano le spalle parlando a telefono. "Voi dovete raccontare tutto" e io ci provo, mio nobile Ezra. Ma non so che dire: questa e' l'ultima carotina, posso sgranocchiarla come voi avete fatto con questa terra. Quawawis, infine. La vita di tremila anni fa puo' strappare lacrime. Da una grotta escono due ragazzine pallide che non hanno nulla di questo posto, una svedese, l'altra boh. Nordeuropea, amica della Strega del Male, sacro stigma. Facce catatoniche, le hanno sbattute quaggiu' per controllare gli sconfinamenti dei settlers, le minacce, i tentativi di corruzione. Tra le grotte mi offrono il te` migliore della mia vita, ma presagisco notti dissenteriche. La cosa non avviene. Quawawis penso di averlo sognato piu' di una volta nella mia vita, mo ci sono dentro e riesco solo a fotografare l'accoglienza di questa gente. Poi Mike decide che la pubblicita' e' finita, i ragazzi si rivestono, i ventilatori si fermano portandosi la memoria di ieri. Next stop: Bethlehem, campo profughi e varia cristianita`. Ma non ora.

Postato da: notears a 13:15 | link | commenti |

sabato, 25 giugno 2005

Alice in Settlersland

Hebron: potere alla fessa. L'unica trattativa possibile si imposta sul numero di figli. 400 coloni per una citta' sotto assedio permanente. Il vero cyberpunk, far west del tremila. Noi a camminare sotto queste reti di protezione, protezione dalla munnezza dei piani superiori occupati. I soldati ragazzini anelano ad un contatto col mondo di fuori, vogliono foto e chiacchiere, sono bambini inchiodati al male. Ore intere di appostamenti sotto il sole "ognuno e' libero di fare le proprie scelte". Ma certo, sempre, cosi' libero da potertelo venire a dire, seduto al tavolino di un bar. Non e' cattiva fede, e' miopia pura, gioco da ricchi. Hebron divisa per strati, come le cipolle, come la capa del nonno di Ugo e del mio e di Shrek. John dei CPT ci trasporta all'inseguimento di questo delirio. Da honolulu con amore, merlino sparato in disneyworld estremi. Hebron e' la summa della schizofrenia permanente. "Sei uomini e due donne a fottere davanti ai miei figli per mandarci via". Come, quando. Palestinian Peoples Party. Quest'uomo di figli ne ha sei o forse piu', non vuole cederli alle bibliche brame dei coloni. Perche' sono bellissimi, questi bambini. Perche' sono bellissimi, questi bambini? Il contenzioso e' tra la sua casa e i fanatici figli di Davide, a picnic dentro tonnellate di filo spinato. Ci si abitua anche ai check point, a quelli dei pensieri da non fare. Dopo poco. Hebron sintetizza la situazione entro il perimetro della citta' vecchia. I soldati marciano tra i negozi chiusi. In genere sparano, hanno sparato, spareranno. Noi spariamo congetture in silenzio. A volte cachiamo sentenze. Hebron di sera, carica di giovani uomini senza futuro, So di dover essere un bersaglio, di dovermi abbandonare ai petali della differenza con questi capelli lontani cent'anni. Troppo lunghi per la regressio ad zero. Hebron millenaria, da mozzare fiato e spirito. Ho odiato questo posto come le cose che restano piu' a lungo. Fumo Imperial nel tentativo di sparire dentro le mura. Per cacarvi addosso tutti questi commenti. Non so se amare questa gente per noia o per il fatto che non ci abbiano ancora eliminati dalla faccia del pianeta. Un miliardo e mezzo per un progetto che da sei mesi sei non ha prodotto nulla. I fondi dell'unione europea comprano materiale. Nuovo, funzionante. Bello bellissimo, ma resta inutilizzato. " lo sapevi, non rompere il cazzo". Lo sapevo, mi rompo il cazzo. Sono stato oggi in un villaggio di poche anime, a Sud, quando inizia il Negev. Cotto al microonde, ho visto le grotte dove vivono. Ho visto la vita impossibile farsi denuncia d'ospitalita'.  "Minas Tirith e Minas Morgul sono la stessa cosa, alla fine" dice Gigi riferendosi alla fessa.

Postato da: notears a 23:42 | link | commenti (2) |

giovedì, 23 giugno 2005

Cuoricini di tenebra

La scena dei tipi che fanno il surf sotto colate di napalm, anzi, quella delle conigliette di playboy in piena giungla vietnamita: Kalandia, ingresso per Ramallah. Disneyland offre spettacoli minori, a prezzi svantaggiosi. Una specie di mercatino dell'apocalisse, succo di carrube, libri, gomme da masticare. A destra una cava enorme, a sinistra il muro. Terreno lunare, avamposto del pianeta ostile, corrosione d'anime. File di personaggi improbabili, noi ad esempio, e un numero imprecisato di poveri cristi. La paranoia diventa spigolosa, taglia le braccia. Ramallah ha una Trafalgar Square in scala sfigata, Manara. Traversa di corso Umberto letta in arabo. Tanta gente. Aspettiamo una macchina verde, la seguiamo in taxi. L'ebreo progressista di stamane parlava un inglese perfetto, con la sua bella mappa dell'OCHA, la pofessionalita` da attivista in carriera. Ma era Gerusalemme ovest, la citta` nuova. Qui invece ci sono residui umani a brindare nella disperazione, ad assecondare il delirio, a far finta di vedere processi democratizzanti in un teatro ricolmo di ragazzine senza velo, emancipabili ad oltranza a botta di rap ben prodotto e ben cantato. Sovrastruttura neocoloniale: andiamo a conoscere i cantanti che' se sanno da dove veniamo sono contenti (e ci regalano il disco eventuale). In realta' gia' hanno suonato a Roma, facciamo dietrofont con la vergogna sulla faccia. Al ritorno si tratta di notte, la luna e` potente, sbatte sulle ombre di Kalandia. L'euforia si fa silenzio. E allora cerco di ricordare la giornata come un mantra, di stordirmi nel recupero dei dettagli. Non mi viene in mente niente. Ecco. Il braccio amministrativo di Mustafa Barghouti, Bahia (la traslitterazione lascia perplesso anche me) del Medical Relief, ci aveva scacato con malcelato fastidio riempiendoci di depliant. Ma questo prima, prima del concerto, dopo la visita all'ex quartier generale di Arafat. Tomba mausoleo cosi` come sara' quella di Maradona a Napoli quando e se accadra`. Ma io di quel posto ricordo le foto, l'assedio, e sono solo (o gia') tre anni fa. Siamo nel Sancta Sanctorum "militare" dell'ANP ma manca poco che ci chiedano il biglietto o vendano cartoline. Che poi non e' vero, in effetti siamo soli qui. Per non far atterrare gli elicotteri, piantarono in questo parcheggio una serie di pali di ferro. Una parte del palazzo e` ancora sventrata. La mia testa lo sara` tra poco. Ancora, lo spettacolo alla finestra durante il pranzo di oggi: bambini a darsele ininterrottamente per tre quarti d'ora con catene e bottiglie. Questi scugnizzi bellissimi e maledetti, prestampati nelle forme delle strade periferiche e degli Stati periferici. Ancora, la nostra compagnia di stasera al concerto: ecco i cooperanti, gli avventurieri del nulla, le buone intenzioni intrappolate in testa, l'azione come guida unica, improvvisata. Nella laica Ramallah e` permesso darsi alla caciara, al commento facile, all`intalliamento. Il futuro e` ora, per noi probabilmente, evirati della nostra stabilita'. Probabilmente fieri di questo, probabilmente falsi, probabilmente anche felici. Terrorizzato, io, sempre. Kalandia di notte, solo soldatesse, giovanissime, alcune carine. Ci pigliamo per il culo nelle nostre reciproche lingue "ciao belle zoccolone" con un cordiale sorriso sulla faccia. Ma la tipa va oltre, perche` comunque lei ci ha il pistolone tra le mani e mi dice sorridendo una cosa senza senso. Vado quasi nel panico, ma poi sorrido, con gentilezza, sorrisone aperto, studiato, mentre la gente aspetta dietro "Could you repeat slowly please?" "I say: do you know where Massachusetts is?" me lo faccio ripetere tre volte per capire Massachusetts in un inglese israeliano sbiascicato e ironico, cantilenante. Le compagne ridono. La gente dietro aspetta. Io continuo a sorridere. Sono tutti pazzi. La luna inonda il muro di riflessi alieni, nella giostrina dei taxi che a quest'ora risulta particolarmente sinistra. La signorina col velo di oggi, nell'associazione femminile sulla quale Sara sara` ben felice di illuminarvi con meticolosita`, la ragazza col velo dicevo cantilenava un inglese chiarissimo e dalla dolcezza distraente, curva come le scritte destrorse, voce di luce. Ci fermano di nuovo. Un uomo, non sa contare. Dal finestrino si vede, segnano i nostri nomi su un foglio. E' tardi Sig. Gerusalemme, che si fa? Come recuperare la schizofrenia di questa generazione? Perche` il problema non sono questi quasi cinque anni di ragazzini chiusi in casa tra internet televisione e Hamas, ma siamo noi tutti, il nostro posticcio tentativo d`abbandono dietro la svolta della partecipazione, della costruzione, dell'integrazione. Non ho abbastanza soldi per comprarmi la pace. Magari una birra al quartiere armeno.
Massachusetts.

Postato da: notears a 12:56 | link | commenti (3) |

mercoledì, 22 giugno 2005

Gerusalemme vischiosa
Svegliato dalle lacrime dei gatti, in questa citta` hanno voci d`uomo loro pure e forse piu`, ho perso del tempo nel vano tantativo di recuperare gli strani sogni da pollo di stanotte. L'oscuro e dissanguato gallinaceo notturno non ha lasciato scampo ad uno di noi. Cosa farcene di questa tomba d'Arafat, una preghiera ai democristi d'oriente. Chi vende il cemento a chi, sussurri e mezze verita'. Tutto il cemento che mi si e` incrostato nella testa, passeggiando sopra le mura, assopito dalle distorsioni del muezzin. Ci si potrebbe restarne secchi. Scendiamo fra cinque minuti cinque. Next stop: Ramallah.

Postato da: notears a 08:17 | link | commenti (2) |

corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes corn flakes

Postato da: notears a 06:26 | link | commenti (1) |

martedì, 21 giugno 2005

It`s another kill

Abu Dis. Una curva dietro, una tomba oltre, un cammello serafico che copre il panorama. Eccola, alle spalle del monte degli ulivi, l`enorme scenografia imbastita per questa guerra. Taglia come lama grigia tutto l`ocra del "panorama" (come abbia fatto Cristo a sceglierlo come) fino a dove arriva l`occhio. Dieci minuti dopo l`uomo ci porta giu`, non prima di averci invitato al matrimonio del figlio il 2 luglio prossimo. Ho fame quando arriviamo all`unico punto transitabile senza dover fare la circumnavigazione. Sotto quei nove metri di cemento passa subito, vi assicuro. Passa qualsiasi memoria berlinese abbiate mai avuto, vedendo le donne posare pacchi e bambini per arrampicarsi sul muretto che spezza per 40 centimetri quella pazzesca continuita`. Quando scavalco il varco, non controllato (quindi praticamente inutile ai fini della difesa, l`unica finalita` e` l`esasperazione), il caldo torrido sparisce, il tempo mi si blocca in gola: la luce implacabile di questo 21 giugno e` sconfitta dall`ombra del Muro, dall'Altra Parte. Cemento e filo spinato, polvere, strade sterrate: benvenuti in Palestina. Una girandola di taxi e pulmini dal clacson facile e tanta calma piatta. Ci fermiamo in un chiosco, mimetici come un elefante in Siberia. A bere spremute d`arancia. Cosa stai facendo qui, dice la spremuta, cosa pensi di ottenere, parla questo bicchiere di carta blu dalle scritte colorate. Prima di ubriacarmi a cesso, ieri sera mi ricordo di tante parole, anche entusiasmo, anche voglia. Gioia, attivista di Movimondo, descrive lo stallo di Jenin, dove lavora, i ragazzi che sgommano fino ai check point, sparacchiano, tornano indietro mentre i soldati se la ridono. Il giorno prima hanno ucciso un colono, pare. Israele, chiunque esso sia, ha vinto. Citta` stato minuscole, malate di campanilismo e mafia non potranno mai farcela. Ma Gioia e` serena, lavora, sa qual`e` la visione etica delle ong. Inghiotte veleno sulla cooperazione degli avventurieri. Ad Abu Dis di tutto questo mi viene in mente solo il vino, i taralli, le melanzane. E i bambini di stamattina nella citta` vecchia, corpicini guizzanti e casinisti tra le mie braccia. Laggiu`, lassu` anzi, sulle mura, piu` in alto di Al-Aqsa, sono stato felice. "Bavaria supports palestinian people" scritto in rosso sul versante est del Muro mi riporta in terra. Bavaria, cani e porci. Io, figurati. Osservo i resti di manifesti elettorali, quelli naif delle campagne antidroga. Droga che passa qualsiasi barriera come la moneta. Droga che alimenta la meglio gioventu` di Gerusalemme, dice la tipa del burjal luqluq. Vieni a Napoli tipa. Ma dove non. Vado a bere, il pollo di stanotte m`ha schiantato. C`e` un matrimonio qui di fronte, israeliano, alla tomba di Davide. Prima io e Ugo siamo entrati, disinvolti come i piu` prossimi tra i parenti dei festeggiati e soli perche` "io alle feste dei fottuti israeliani non ci vado". Giusto, ma quando ci sgamano ci cacciano perche` e` una festa privata. E mi pare normale. Abu Dis e` il segno della festa pubblica di una disperazione privata. I palestinesi sono implosi, ma prima? com'era prima? E quel personaggio, l`architetto di ieri, Osama Hamdam - quanti ce ne sono come lui in giro? Il disegno del divide et impera, la politica degli spazi fisici e` geniale nella sua semplicita`. Ma nessuno puo` farcela per sempre.

Postato da: notears a 22:57 | link | commenti |

voglio andare a raccogliere le olive

dietrofront. dieri, via giacinto gigante comunque ottima cena.. gerusalemme est. ottimo fanculo tutti, jalla. ci voleva ugo qua come burroughs a tangeri. osama, il tipo, domina. anche gioia. poi vi dico. diooo, gerusaleeeemme.

Postato da: notears a 00:13 | link | commenti |

lunedì, 20 giugno 2005

nuovo e imperiale

Di nuovo qui, con una certa stanchezza. Allo sbarramento per il muro del pianto due etiopi parlano di mussolini mentre ci controllano. C`e` sempre necessita` di essere legati da qualche cazzo, senno` come ci si giustificherebbe vicendevolmente. La mia kippa in testa in quella foto ne e` un ipocrita indicatore. Gerusalemme-mondo diventa stretta pure lei. Forse perche` gia` ci siamo stancati di vederci davanti di continuo. Questo pseudoturismo stressa come la notizia dell`incontro Mazen-Sharon domani in questo luogo. Gerusalemme, monocromo continuo spezzato dalla sola Al-Aqsa e dagli odori del mercato, gelse e prugne come a puccianiello. E la strana sensazione che gli israeliani non abbiano alcun criterio estetico, come lo facessero apposta. Amore per il cemento forse. Gerusalemme piccina come tutti i fulcri, concentrati nel loro essere cuore delle irradiazioni. Ho fatto dieci volte la stessa strada con i miei sandali nuovi. La prima volta nella vita con i sandali, forse questa l`esperienza. Vado verso il dodicesimo caffe`, cercando qualcosa da dire.

Postato da: notears a 17:27 | link | commenti (3) |



Archivio

oggi
luglio 2005
giugno 2005

Foto Recenti