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foto di Ugo
- E Giacobbe si recò in Egitto, e qui egli morì come anche i nostri padri; essi furono poi trasportati in Sichem e posti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato e pagato in denaro dai figli di Emor, a Sichem. [Atti 7,15-16]
La verità ti fa male lo so. Mi faccio accompagnare dai bambini alla tomba di Giuseppe (“Qaber Yusef! Qaber Yusef!”), a Balata. Oggi e’ venerdì, giorno di festa per il popolo del Profeta. E i negozi sono chiusi, e quando il sole batte questo campo è per i giochi dei piccoli. I grandi ci pensano la notte. Il capo del gruppo è più bassino degli altri ma ha una faccetta già consumata, per quella strana dinamica che ci induce a misurare l’esperienza dalla profondità dei tratti somatici. Conosce anche qualche parola d’inglese, capisce subito cosa vogliamo vedere. La poca gente seduta fuori le case ci guarda stupiti, scortati da questa dozzina di scugnizzielli festanti. “Saworna! Saworna! Saworna!” ci fermiamo in un angolo per una foto, tutti insieme, dita alzate, sbracciamenti. E che ne sapeva Giuseppe dall’Egitto del faraone del potere dell’immagine. O sì. Di due dita alzate. Del digitale integrato. Estraggo un’Imperial dal pacchetto, “Imberiàl!”, dice il ragazzino, “Dad Imberìal!” conferma soddisfatto. Il padre fumerà imperial, il padre, sicuramente più piccolo di me, certamente scavato dentro più di me, necessariamente meno al sicuro di me. Se ancora è vivo, se non è in galera. Se non si nasconde. Magari è qui vicino, magari alla finestra accende un’Imperial. Magari niente, provvederà a fare un altro figlio superandomi di nuovo. Nulla, neanche qui riesco a lasciarmi in pace perdio. In un luogo sacro, il campo profughi. Infine arriviamo: una bassa cupola sfondata, pareti annerite, munnezza tutt’intorno. I figli di Emor fecero un affare a vendersi qualsiasi bene immobile qui. I bambini imitano rumori d’esplosioni e proiettili per spiegare cos’è accaduto a questa cosa che noi foreigners desideravamo ardentemente visitare. C’è stata una battaglia qui. Una volta a casa m’informo. E già che ci sto le giro, queste informazioni. La tomba cambiò etichetta, diventando la maquam di un santo islamico fino al 1980, quando quei pazzi di coloni decisero che appartenesse loro. Vabbuò. Durante questa seconda stronza intifada divenne quartier generale per l’esercito israeliano stanziato a Balata. La maquam si trasformo’ in simbolo della presenza di quest’invasore a sei punte e quindi distrutta, dai palestinesi stessi, nel momento in cui IDF e settlers “furono costretti” a lasciare il campo. Adesso queste pietre bruciate non sono di nessuno che non sia alto più di un metro e venti e chiassoso e apparentemente felice di aver assolto bene il compito di guida. I grandi non imparano mai che un giocattolo conteso con forza e troppo a lungo si rompe, e che c’è sempre qualcuno in grado d’accontentarsi dei pezzi che loro non avranno mai. Mi fa male, comincio ad amare questo popolo, quello del campo profughi. Non dovrei, non mi spetta, è un’impressione. Potrebbero mangiarmi al primo colpo di vento. Potrei essere meno falso quando sono entusiasta. Potrei far finta di essere davvero interessato ad una tomba di cui non sapevo niente fino a stamattina. Ne ammazzarono, solo in questo punto, proprio qui, diciassette. Tre anni fa o forse meno. Nell’ultima settimana qui intorno, nell’area di Nablus e Tulkarem, hanno fatto fuori cinque ragazzi. Feriti non so quanti. Quando ci salutiamo li sento gridare il mio nome, magari condito da chissà quante e quali parolacce in arabo, magari anche no, alzo le due dita in alto senza sapere perché. Perché ho i capelli lunghi e posso ancora permettermeli, come sogni di speranza, come questa pelle liscia che non avrete mai, come questi nomi della cui utilità posso fare tranquillamente a meno. Lasciarli volentieri a quest’elicottero sulle nostre teste che tra venti minuti sgancerà due missili su Salfit. Non dire una parola che non sia d’amore.

coglioni e kalashnikov
Palestina: parliamone. Di mattina, dopo la paranoia notturna a base di coloni, insonnia e gente pazza, ci incamminiamo da Tiwani a Yatta.

Non sappiamo se sara' possibile raggiungere Nablus dopo l'attentato, ma l'alternativa e' il nulla. Attraversiamo altri villaggi di pietra, cumuli di terra, vegetazione spinosa. Sembra d'immergersi nella terra viva, un vecchio capillare del mondo, ostruito da anni di colesterolo umano.

C'e' una vasca, romana dicono, colma d'acqua piovana dove i bambini si tuffano. Al nostro sudaticcio e claudicante passaggio s'alza il solito coro di divertiti e impavidi "what's your name?". Poi troviamo un service per la piazza, da li' un trasporto per Hebron. Il blocco di ieri mattina e' stato tolto, non abbiamo bisogno di cambiare auto. Ad Hebron ci aspetta Luca: sta insegnando di fotografia e punti di vista. Luca ci offre un passaggio fino a Kalandia. Passando, Gerusalemme ovest, compro delle birre: in un altro pianeta, quello del colore industriale, dei vini, dei prezzi sempre superiori alle due cifre. Sono morti tre civili tre nell'attentato, fiocchi d'arancio in aumento. Poi verremo a sapere che sono cinque le vittime complessive. Passare Kalandia: nessun controllo. Passare Awara: nessun controllo. Mah. E tutta la storia della west bank chiusa. Mai successo, passare cosi', cosi' liscio che nel pomeriggio siamo a Nablus. Poi, il fatto che l'attentatore fosse di Tulkarem...



eravamo a Tulkarem due giorni prima con Aziz di Kufia, organizzazione palestinese di cultura e sviluppo, e oggi pare sia sigillata, la citta'.

Bella Tulkarem col suo campo profughi di 25000 abitanti... Aziz organizzo' qui una manifestazione per la Sgrena guadagnondosi i sospetti e le minacce dal boss della Jihad locale. Storia vecchia e chiarita (sbaglio: e' strutturalmente impossibile in questo posto avere a che fare con storie vecchie e chiarite). Ma oggi, per telefono, Aziz ci fa sapere che sono entrati alle due, due case sono state occupate dall'IDF e utilizzate come checkpoint, che hanno ucciso un poliziotto e si sono portati cinque persone, che hanno imposto il coprifuoco.

Due giorni fa m'ero portato io questo poliziotto e il suo kalashnikov come bomboniera turistica nella fotocamera di Ugo, perche' ci mancava, perche' di essere fessi nel delirio pare ce ne sia sempre bisogno. Poi il fango diventa cemento, bisogna muoversi in fretta, ascoltare i Blur, capirci qualcosa. All'universita' di Jenin, quella araboamericana, quella gonfia di denaro saudita, un gruppo di studenti impegnati e ideologicamente infervorati da un simpatico biondino danese, tra un succo di fragola e un caffe' si parla di come boicottare i prodotti israeliani. Come se l'indipendenza palestinese dipendesse da altre dipendenze: nessun progetto di produzione interna che non siano chiacchiere d'accademia. O al limite "dobbiamo imparare come fanno gli israeliani, imparare dal nemico perche' e' piu' forte, imitarlo sul suo campo". Questo mi dice un ragazzo scuro di carnagione, in disaccordo col boicottaggio che e' chiaramente impossibile perche' alternative non ce ne sono. Il mito del meglio che viene da israele, il nemico potente, o forse il fratello maggiore, o forse il padre padrone, o forse sogno-incubo da cui per certi versi e' comodo non svegliarsi mai: un tassista si ferma a comprare qualcosa da bere. Se ne torna con succhi di frutta made in Israel ovviamente. Per curiosita', perche' non hai comprato roba araba? Perche' la roba araba fa schifo. Cioe', questo e' il succo della questione: una dipendenza mentale dal piu' forte, che vince nela storia perche' ha l'esercito migliore, che vince nella testa degli oppressi perche' da quella forza gli e' permesso fare cose indubbiamente migliori. Le cose da avere per essere vicini allo standard d'esistenza visto in televisione o a Gerusalemme ovest. Questa strategia perfetta di usare i canali di distribuzione e consumo stretti come un contagocce con una categoria pronta a subirsi tutto perche' non c'e' iniziativa e non potra' esserci con le vie di comunicazione tagliate... nessuno pare riesca a capire che e' Israele a dipendere dalla Palestina perche' questo e' il suo mercato perfetto, un mercato d'imposizione senza il quale questo paesino artificiale sarebbe finito, terminato nella sua stessa utopia. Imploso nell'impossibilita' di poter esportare tra confini ostili. Se l'enclave serve qui, avamposto tra i paesi arabi custodi del Tesoro, la comunita' internazionale non fara' mai nulla per bonificare questo grasso humus stretto tra il giordano e il muro di contenimento. Parliamoci chiaro: Israele serve ad altri, ma per sopravvivere ha bisogno di questa simbiosi con quello che resta del mondo arabo "laico". Poi ci si scopre stupiti quando si fa fronte all'assoluta mancanza di potere interno dell'Autorita': i fantocci degli accordi non hanno nessun collante con la societa'. Nessun politico entra a Jenin prima di aver avvertito Zak, ad esempio. La polozia svanisce all'arrivo dei soldati, ad esempio. E dei coloni, che dirne: poveri folli sostenuti dal governo Israeliano e da questo considerati reietti.

Andarsene dalle colonie nella west bank (tutt'altro discorso ora per Gaza, of course) significa perdere privilegi, finanziamenti e pagare un riscatto, una mora, per quelli ricevuti in passato. Una bella trappola strategica. Questa macchina fa girare tanti soldi, non solo in Israele, anzi, e soprattutto garantisce una sorta di fondo cassa permanente. E' la testa della gente comune che se ne va, tra spinte estreme di sospetto e disponiblita' ipertrofica. I villaggi sono piu' aperti delle citta'forse prorpio grazie all'autosostentamento, si potrebbe partire da li' per staccarsi. Hamas e la Jihad sono una croce uncinata meno tagliente di Fatah e del suo supereroico quanto inservibile braccio armato. Passare in meno di sei ore dalla mancanza di acqua e luce ad At Tiwani all'estabilishment altoborghese riunita in occasione mondana ad An-Najah e' uno shock notevole, almeno per me lo e' stato. Siamo invitati ad un concerto all'universita' di Nablus, luogo dove meno di una settimana fa i ragazzi di Hamas ne hanno impedito un altro, di musica pop, sparando in aria. Ma qui non si puo' sparare senno' il rettore s'incazza, no? Concerto di musica classica, sbrilluccichio di abiti e cravatte, situazione patinata come solo le accademie sanno concedere, qui piu' che altrove.

Ebbene queste due tipe, Rima Tarazi e Tania Nasir (da quello che ho capito non professionista ma molto molto brava), hanno intonato una serie di canzoni monotematicamente incentrate sul raising palestinese dei futuri che verrano. In arabo, ovviamente, ma a noi hanno dato un libretto con le traduzioni. Un'esperienza notevole, ma io venivo da Tiwani: quanti di questo pubblico, Palestinese che bazzica l'estero in grazia alla copertura mediatica della Palestina, e' a conoscenza della sola esistenza di quel villaggio? Dove stanno costoro quando i coloni entrano e spezzano le ossa alla gente inoffensiva (il famoso "terrorirsmo" e' molto piu' lontano da questi villaggi che da qualsiasi media cittadina italiana; so che sto dichiarando una cosa scontata ma sappiate che forse per i coloni, e non per il governo d'Israele, non e' cosi')? Per quale popolo cantano? Sembra Berlino sotto le bombe, c'e' un che di nazista in tutto cio', al di la' dell'aspetto formale (c'e' chi ha intrasentito una Lulu' Marlene in quelle note), ma nel contenuto stesso dei testi. E soprattutto, vederci applaudire, canticchiare, sostenere in qualche modo mentre mi sento fuori luogo per come sono vestito allo stesso modo in cui mi sento fuori luogo in Italia in eventi del genere, vedere questo cosa mi espone al rischio di sentire la mia presenza di straniero come dannosa, come accondiscendente verso quella che sembra il bello della democrazia ma che non e' diversa dalla stessa merda che rifiuto nel mio paese.

In particolare, leggete il testo di questa canzone, Gerusalemme (ovviamente tradotto):
Because I was born Palestinian.
Because my roots are deeply implanted in history.
Because I was born Arab and, in Al Quds have lived since the dawn of time.
I die every day
Al Quds has always been ours
In our hearts it lives and will never die!
Every alley and every home bears my name
My dreams and memories are engraved in its walls
Reminding us all Al Quds is Arab, it shall never die!
Eccetera. Tutto molto bello, ma avrebbe meritato una marcetta militare sotto. Questa e' una strana deriva, all'universita' poi, rivendicazioni giocate sullo stesso piano di falsificazione storica messa in atto dagli israeliani. Lo stesso piano. Gerusalemme poi, d'infinite mani, segno di un possesso che non c'e' mai stato per nessuno. Non a lungo. Gerusalemme poi, da qui lontanissima, da qui assolutamente fuori luogo. Nablus e' Palestina, Jenin e' Palestina, e' per questo che si dovrebbe combattere. E gli stessi applausi. La stessa cosa: nessun interesse verso gli interessi del grosso della popolazione. Una vita. Non normale, una vita. Possiblie, almeno, sensata. Senza file per tornare a casa, senza l'umiliazione costante finalizzata all'iazione. O alla scusa plausibile per farla finita e permettere che si dica "hai visto? sui civili! hai visto? non hanno strategia!". Freikorps senza futuro, assetati dall'immediatezza della violenza, assecondati dall'IDF al quale conviene crescerseli per legittimare lo status quo e potarli come rametti quando diventano troppi. E questa gente qui, nell'aula magna, con la foto di Arafat e la bandiera, che fuori da questo casino, magari in America, magari in Europa, parla della propria terra e del proprio popolo senza saperne nulla di cosa succede alla propria (?) terra e al proprio popolo.

E poi ci siamo noi, disorganizzati, pericolosi spesso, attivisti dell'inconsapevolezza. Alcuni feticisti dello sgangheraggio, altri con la sindrome dell'efficienza.

C'e' la possibilita' di raggiungere con minuzia di dettagli ogni informazione, di produrla, di sfidarla grazie a una rete di spostati, egotisti anonimi, supereroi della presenza. Ecco che succede: Annie, questa sessantenne inglese che ho visto sempre in mezzo ai casini, amica dei fighters, nella sua individualissima vanagloria ha esposto tutti a rischi inutili, cambiandosi nome sul passaporto, distribuendo foto, muovendosi come un camaleonte rotto su di una superfice trasparente. Il tizio ucciso stanotte del quale s'e' parlato anche in Italia, le operazioni di occupazione, l'aereo che ci ha conciliato il sonno, tutto questo accadeva a casa sua. Di Annie. I soldati sono entrati in borghese, hanno circondato la casa, poi 25 jeep tutt'intorno. Sono entrati e hanno ucciso questo leader di Al-Aqsa, ricercato da tre anni, davanti agli occhi di questa romantica signora inglese. Poi hanno sequestrato tutte le foto, gli archivi, i nomi. Bel lavoro, Mrs. Annie. A lei e' stata intimata l'estradizione entro 24 ore, pena l'arresto. A noi hanno regalato, grazie a tutta la faccenda, una probabile incremento del tasso di antipatia e infastidimento da parte della popolazione. Non per sospetto di spionaggio, ma per certezza di stupidita'. L'esercito s'e' tenuto il corpo per quasi dieci ore, poi Mustafa e' andato a prenderlo per il funerale. 24 anni, si sarebbe dovuto sposare fra tre giorni con la sorella di Muhammad. Che ho incontrato oggi, con una faccia che per quel pochissimo che so di lui non gli ho mai visto, alla riunione per una manifestazione che si terra' al checkpoint di Awara fra qualche giorno. Riunione tra coordinamenti locali e di internazionali dove si parlava solo arabo. Dove e' stata richiesta la traduzione e non e' stata concessa. Allora che li chiamate a fare, questi internazionali arabofobi. Allora qual'e' il giochino al quale stanno giocando tutti. Penso ad Aziz chiuso dentro Tulkarem, circondato dai suoi uccelli, in gabbia anche loro. Alla solitudine negli occhi che il carcere gli ha lasciato. Al fatto che tutti coloro che possono, qui, ci provano a fare qualcosa, magari solo coinvolgere interessi. Al fatto che in realta' la medaglia e' sempre una, appesa al collo della comunita' internazionale come premio, il riconoscimento ufficiale di un giochino perfetto. Arcaismo: lotta di classe. Sى', penso di si'. Ma per ora stiamo ancora al gioco.

Notte piena di stelle ad At Tiwani, sud di Al Khalil. Sopra il calore del sacco a pelo, sul tetto della stamberga di Operazione Colomba, tutte le luci di questa ed altre galassie ci catturano fuori da una giornata di attesa tra pecore e grano. Ugo dorme alla mia destra o almeno ci prova, i coloni sono a meno di mille metri, in attesa forse. Frustrati forse, sono in trappola come noi tutti. Oggi ci sono stati i risultati scolastici in Palestina, giorno epico di feste e disgrazie. Qui si sono diplomati due ragazzi, un onore per questa comunita' di 200 anime, da poco nel novero dell'ANP, renderci partecipi dell'evento. Terra di nessuno senza acqua ne' luce. Ovvero un pozzo e un generatore pronto solo durante le prime ore di buio. Alla prima festa il padre di uno dei ragazzi parla di Milton e Chaucer con Micheal, CPT dottorando a Chicago in storia delle religioni. La notizia dell'attentato in Israele ci raggiunge cinque minuti dopo, sara' un casino tornare a Nablus. Si dice che il ragazzo venisse da Tulkarem, da dove siamo partiti il giorno prima, si dice. Possiamo solo scortare il grano, un trattore, qualcosa.
Nella notte delle luci, vicino al pozzo sembra, all'improvviso. Una torcia, intermittente. Una macchina dall'altro lato del villaggio. Non ne so nulla, gli altri dormono, ma. Se. Proprio qui, ora, i coloni. Veleno o fucili o. Mi alzo. Cerco di dare l'allarme. Mary dei CPT si alza, da incoscienti la seguiamo. Nel buio degli ulivi, verso il pozzo. Questa pazza illumina l'uomo con la torcia. Non risponde. Ritorniamo su, sono tutti svegli: falso allarme, un vecchio s'e' sentito male, e' stato accompagnato a Yatta. Ma la tensione e' alta, noi non saremmo dovuti secendere: una follia, rischio inutile. I coloni non guardano in faccia a nessuno e la responsabilita' sarebbe stata degli operatori qui. Domani italiani e CPT avranno di come occupare il tempo. Non dorme piu' nessuno, le stelle svaniscono, pianeta terra chiama il tempo del sonno. Edo si lamenta nella notte, mormora "aiuto". L'americana ride, priva di neuroni. Altri due giorni qui e anche noi.

Jenin. Vi scrivo dalla tazza del cesso dell'ufficio di Movimondo dove ci siamo accampati ieri, a 500 metri dalla frontiera. Jenina che m'ero sognato in quella primavera 2002 lontanissima sta qui sotto di me col suo sistema idraulico e tutto il caldo e l'ennesima Imperial. In bagno perche' fuori la truppa brama il laptop come il demiurgo che possa metterla in contatto col mondo di fuori. Perchè questo far east in versione "riassunto del pianeta terra" comincia a starci stretto. Troppo sudore sudato male. Quando entri a Jenin ti accoglie un cartello rosso con su scritto in tre lingue che agli ebrei non e' concesso il transito. A meno che non sia esercito. Poi ti accoglie uno dei fatti piu' belli della West Bank. Ulivi a morire, piantagioni, trattori. Filo spinato e corrente elettrica, ma decentemente camuffato da una sorta di Cilento dolorante. Non era cosi' Jenin in quei sogni da cinegiorgionale, corpicini schiacciati e urlanti sotto le macerie, manifestazione tangibile della bestialita' umana.

Il quartiere e' stato ricostruito, i bambini corrono per strada. Non so, non vorrei dare un quadro tutto rose e fiori ma e' la prima volta da quando sono qui che mi sento rilassato. Jenin e' piu' disinvolta, almeno all'apparenza. Forse i settlers si fanno i cazzi loro. Ma so che non e' cosى. Dai tetti si puo' vedere la linea del muro e le luci di Israele, ma gli sparacchiaggi in giro sono meno consistenti, pare. Forse l'accoglienza. Boh. Mai avrei creduto di mettere piede qui, nel mio incubo d'Aprile, per dormire notti grasse. Anche quando ci tagliano la strada con la jeep e scendono muniti di fucilone a chiederci chi cazzo siamo il tutto ha un che di disinvolto, anche galante, asciutto. I fighters qui hanno piu' controllo probabilmente, tipo mafia, autoregolamentazione. Il boss della situazione in citta' pare si chiami Z. e mi sta gia' simpatico. Ma perche' abbiamo la parola d'ordine "italiani": sorrisi e wellcome a strafottere. Io e Ugo partiamo da Nablus la mattina, prestissimo, con Giula e Luca. Missione Mobile Clinic col Medical Relief da Jenin al villaggio di Ya'Bad, 8000 anime, uno dei piu' grandi. Questo sabato arrivano i "dottori", quelli seri del Fisicians for Human Rights, israeliani con la coscienza da pulire. Ma utili, pare. Andiamo per intervistarli, atteggiati a professionisti di qualcosa.

In effetti con le divise dello staff medico sembriamo quasi utili al mondo. Poi arrivi laggiu' e vedi tutto il paese in fila per le visite, che d'ora in poi avranno scadenza mensile, dicono.

La gente di Ya'Bad si lascia forviare da quest'estraneita' onorandoci con una socievolezza mai vista prima. Mi sento una merda ma sono felice. Una donna mi chiede aiuto per farla arrivare nel mio paese, Italia, lo chiede guardando fisso nell'occhio della telecamera e io non so che dire o darle. Un ragazzo mi parla di Allah, il dio migliore, di come da piccolo lesse in un'antologia due capitoli della Fattoria degli Animali che tenta di raccontarmi, di come si prega, di come fare a trovare lavoro nella terra dei balocchi, l'italia. E senza che io gli dia niente, assolutamente niente, men che meno sincerita', mi saluta traducendo quest'habibi con "I love you" e il mio cuore si schiatta. Altri ci presentano famiglie intere, parlano di viaggi all'estero, ci offrono 27 insostenibili caffe', cibo, asilo. Inviti a casa. Poi arrivano i medici e inizia la baraonda.

Litigi per la fila, ressa, Io non sono un medico. La telecamera mi scherma fuori. Riesco a trovare la prima preda, un dottore molto vecchio, bassino, gli chiedo se e' possibile parlare cinque minuti in video. E' sospettoso, naturalmente, ma poi si apre. Ma il casino fuori e' notevole e il lavoro pure. Stacco e rimando il tutto a dopo. Non prima d'aver notato quel tatuaggio sul braccio sinistro, quei numeri scoloriti dal tempo, il codice dell'internamento. Eccone uno, penso. Ecco perche' si trova qui. E ancora la mia presenza qui, oggi, al di la' di tutto, la mia sola presenza, forse, ecco cos'e' che paga, il pensiero che forse non si e' soli, se qualcuno riesce ad entrare nell'assedio, e ascoltare, anche senza partecipazione, ma starci vuol dire che di fondo c'e' un interesse, minimo, la nostra valuta di scambio. E qualcosa dovra' pur valere nel libero mercato, queste due parole di circostanza, solo il fatto che una bocca ashnabi si muova per te, probabilmente, allenta la morsa della solitudine, dell'abbandono, aveva ragione Edo. Forse. Al campo profughi di Jenin c'è questo cavallo fatto con le lamiere del 2002, fa abbastanza cacare ma dicono si tratti di monumento. E c'è il cimitero, dove ci abbandoniamo a turistame selvaggio mentre un ragazzo prega, in silenzio, parole che non sapro' mai. Jenin, ho tutto il tempo per pensarci, sono stanco e le zanzare mi pungono, proprio oggi dico, oggi dopo aver levato il miele dalle arnie in uno scafandro bianco, in visita al progetto di Movimondo: sapone, miele, conserve varie. Attivita' di microcredito per le donne. Fotografie ovunque, accoglienza da grandi feudatari che scendono tra i vassalli. O forse riconoscenza per la presenza, pura e semplic, come sopra. Pranzi assurdi a base di queste enormi pizze di cipolle e pollo, yogurt. Non riesco a dirlo, mi becco un altro habibi da un altro ragazzino e c'è sincerita' nelle strette di mano. Mi sento come mio padre quando giravamo nei paesi a cercare l'olio, o le uova o il pane, quando l'ammiravo per la maniera con cui riusciva a gratificare l'ospitalita'. Io, spaesato piu' che sempre. Rispetto questa gente come mai prima. Apprezzo questa stramba capacita, d'adattamento che fa a pugni con la contraddizione permanente. Spiragli d'equilibrio in questo giro di boa.

Come nel lasciare Nablus, il venerdi' di festa, ho assitito al fine settimana palestinese: i piedi nel ruscello, narghila, riso in foglie di vite, canti piu' o meno tradizionali. Bambini. Triflisco, insomma.


Poi basta vedere quante bottiglie di Tapuzina ci sono sul tavolo ricordarsi chi e' che comanda. Ma per ora ci godiamo il calore, la testa in standby. La narghila.

[foto di Ugo - quella di Sara con la bimba e' mia e ne vado quasi fiero]
atrocity exhibition - foto di Nadia
[e del cadere nella trappola della morte esibita, del cedere alle mostre, del rinunciare a se stessi]
Adesso vi racconto come vanno le cose qui, a Nablus. Per esempio. W. e A., ragazzi palestinesi, invitano tutta la banda italia alla loro festa di compleanno. Ma a me non va, la giornata e' stata una stronzata e non ho voglia di sentir parlare arabo o italiano o inglese. Potrei approfittarne per dormire, sistemare le foto o altri fatti. Scaccolarmi, pensare alla ragazza lontana lontana. Anni luce, oppure un soffio, giusto quello. Ma. Bussano alla porta. Apro. E' A., vuole sapere dove sono gli altri. Sono andati alla vostra festa, dico, o almeno ci provo in quest'inglese incerto. E tu resti qua? Eh. Saluto. Chiudo la porta. Poi penso che, per certo, mi rompero' i coglioni. Apro la porta, di corsa, faccio in tempo a chiamarlo. Posso venire con te?

Eccomi qua, trovo tutti, piu' gli amici di W. e A. Solo maschi, ovviamente. E niente alcolici. E allora, com'è una festa da 'ste parti? Dolci, a tonnellate. Ma stasera è diverso, con gli internazionali ci sono donne. Senza velo. I dolci sono spettacolari. Si scartano regali. Cioè, la normalità.

Nel garage hanno allestito una specie di sala da ballo, come noi da piccoli a casa degli amici col garage, appunto. Come l'adolescenza, il fun che qui è stato tagliato di netto per cinque anni. Amplificatori e macchina del fumo a palla, si vede un cazzo, tranne il DJ che non ha più la mano destra. Ballano, maschi e maschi, potrebbe essere un gay pride. Ma non lo è, è qualcosa di tenero e potente, vita, ballo pur'io. E tutti gli altri/e. Improbabili ma bellisimi, scatenati. Sudo. Mi sto anche divertendo, tra bambini e gatti che osservano. Di fronte, in lontananza, si vedono le antenne della base militare israeliana. Controlla la città come una torre del male, persa tra le nubi. E sotto Nablus, questa "capitale del terrorismo", fortezza isolata nel cuore della West Bank. Mi siedo, accanto a me c'è un ragazzo. Dice di avermi visto all'università' stamattina. Sى ci sono stato. Dice di studiare li,. Si presenta, ma non ricordo il nome. Ha ventun anni, studia fisica. Dice che e' la prima volta che partecipa ad una festa, dalla seconda intifada. Aveva 16 anni. Una generazione tagliata che riprende il respiro. Dalla base di fronte partono due traccianti, due punti rossi che solcano il cielo. Sembra uno sfondo finto. Continua, dice che distrussero il palazzo della sua ragazza, ferirono sua madre alla fronte. Ma e' ineluttabile, come dovuto. Lo racconta quasi con serenita'. Cerco di interagire sensatamente, parlando di opportunita' politiche ed altre cose che non conosco. Perche' a lui non interessano, vuole giusto la vita. Un po', quanto ne spetta a chiunque.

Dentro e' il delirio degno di Ibiza. Si muovono tutti, Nadia dice che da quando sta qui non ha mai visto niente di simile, uomini ballare con donne. Ci volevano gli italiani, dice. E' vero, penso, nel bene e nel male. Ci volevano. Poi ci riaccompagnano a casa. Sono quasi euforico. Sotto casa le facce sono allarmate. Telefonate, comunicazioni. Il Male e' sceso dalla Torre, le jeep sono in citta'. Sparano, Balata. Si parla di feriti. I ragazzi della festa ritornano cio' che sono: palestinesi, attivisti del Medical Relief. Trasformazione. Corrono all'ospedale, noi restiamo a casa. Nadia e' con loro. Si sente con Andrea, per telefono. Non sapere niente e sentire spari, saperli tutti dal ballo ai proiettili nel giro di dieci minuti. Dieci. Si parla di due feriti gravi, qualcuno tornera' a casa nel cuore della notte. Ci teniamo pronnti, aspettimo. Scopro che Ettore possiede un iPod, con Wish dei Cure dentro. A letto Robert Smith m'allontana da segni d'incursione, porte sfondate a calci, la guerra.

La mattina, arrivano le foto. Un proiettile alla testa. Nessun internazionale in giro. Quello che vedete, con la manica azzurra, è lo stesso che si sbatte tra bolle di sapone una foto fa. Tra quello scatto e questo c'è uno scarto di due ore. Due ore, stessa persona. Non ricordo il nome, ci ha accompagnato a casa. Prorio lui.



Adesso vi racconto come vanno le cose qui, a Nablus. I genitori del ragazzo hanno detto a Nadia che stava li' a lanciare pietre quando l'hanno sparato. Nessuno sa il perchè' dell'incursione. Le routine non finiscono cosىi'da un po'. Ma la mattina, questa mattina, scopriamo che il ragazzo è morto. Andiamo a Balata. Il corteo porta la salma in alto, selve di fucili a cantare. 3 shekel a proiettile. I Martiri di Al-Aqsa fanno il giro del campo, e noi dietro a filmare. Incontro Mustafa, era lui a tentare di salvarlo, stanotte. Non tirava pietre, era un fighter, 16 anni. Khaled, sedici anni. Nuovo eroe maledetto. C'è anche la foto di Mustafa, dopo il tentato miracolo. Eccolo.

Per Balata sparano tutti, fighters ovunque, comunicati di Al-Aqsa. Con i pazzi dell'ISM corriamo per i cunicoli del campo, alla ricerca della posizione migliore, la prima fila. Scena gia' vista, videogioco. Casa della madre del martire, ogni onore e gloria. Cerco di filmare, ma salto ad ogni colpo. Non si capira' un cazzo a rivederlo. Il perche' di quest'incursione. Probabilmente sabato un gruppo di ultraortodossi ebrei verra' a pregare sulla tomba di Giacobbe, proprio qui. Da cui l'epurazione preventiva. Stendardi di Hamas. Non ha senso niente. Restiamo solo io e Ugo, e Muhammad, Alex, Carlos. Nel cimitero di Balata, l'ultimo saluto, il grido di vendetta. Un ragazzino di dodici anni carica una pistola, se la infila nei pantaloni e corre via. Qui non filmo niente, rischio inutile. Ma soprattutto rispetto, almeno, per una volta, almeno. Da qualche parte c'è il dolore.

foto di Ugo
Quale sintesi, quale. A casa del gruppo ISM a bere te' e controllare cassette, foto. Cantare esempi di canzoni italiane. Alex ci dice dei fatti di Londra, otto bombe, l'hanno chiamata a telefono. Facciamo finta di sembrare sorpresi. Ci frega un cazzo in realta'. Qui si e' sporchi fino al collo "dovevano vedere com'eravamo". La prima cosa che scopri essere diversa e' la fame. Atroce, millenaria. I bambini con le bandiere verdi. La facilita' con cui si antipatizza. Un appuntamento alla radio, centro di Nablus. Come nulla fosse. Il boss e' un fotografo di qua, famoso, sappiate che le foto che arrivano da voi le fa lui molto probabilmente. Cosى dice, io poi che ne so. Non so manco che dirgli, pronti a fare proposte che non facciamo perche' in realta' non ne abbiamo, perche' in realta' qui, qui non serviamo. Meno che altrove. Se non a riempire le feste di processi democratizzanti. Poi la sera si scopre che e' morto pure l'altro ferito. Dovevamo andare da una parte, chiusa per lutto. Si decide per il giardinetto. Stavolta resto a casa davvero, neanche Dio mi schiodera'. E infatti sono loro a tornare dopo pochi minuti: al parco hanno cominciato a sparare, sono scappati tutti, raccontano. Forse Hamas, perche' e' peccato uscire con il lutto. Segni di cedimento ovunque, mangio sei volte mentre si ride e si scherza. E che altro vuoi fare.
misura per misura [foto di Ugo - le ultime mie]

Una sana dormita rivolta al recupero di immagini. Qualcosa come stabilità, stabilizzazione, fixing memories. Ho scoperto che il bagno turco è tra le migliori ipotesi di atarassia a pagamento. Ci sarà da importare scene intere, fumi. Peccato che all'uscita il mondo ritorna, l'adrenalina pure alla vista dei ragazzini armati di bullismo e fucile come da programma. Misura del controllo locale: la paura di giocare sulla libertà di movimento.

Beit Furik: ci dicono che stamattina (5 luglio) hanno demolito delle case. Siamo laggiu' sette ore dopo il fatto, ci accoglie il sindaco, un simpatico chiattone di Hamas. Della cricca solo un ragazzo ha l'esclusiva dell'inglese, ma l'unica faccenda che riesco a capire e' che qualsiasi cosa avvenga è sotto nostra totale responsabilità. Perchè laggiù, dove quelle baracche e quella scuola invernale sono state abbattute, Tama mi pare si chiami, siamo vicini al confine giordano. E in piena Area C. Quindi noi qui cosa ci stiamo a fare. Il preavviso israeliano è partito una settimana fa, gli animali almeno sono stati tratti in salvo. Cioe', dal punto di vista "legale" (di tutta la carta di cui e' composto il tale punto) il nostro essere qui stamattina e' una stronzata. Pero' filmare queste macerie, la scuola rasa al suolo e il lamento di questo vecchio sconosciuto che cerca di rialzare le lamiere fa il suo effetto drammatico, come da programma. Alla fine i bulldozer hanno spianato 17 abitazioni. La moschea pero' non l'hanno toccata, chissa' perche'. Che Allah s'incazzi, chi puo' saperlo. Scendendo incrociamo l'automobilina delle Nazioni Unite che si sta recando sul posto. Ci chiedono se ci sono soldati in giro, se e' tranquillo. Per fortuna lo e' stato, altrimenti boh. Tutto molto bello ma al ritorno mr. checkpoint non vuole saperne di farci passare. A Nablus poi, con scuse del cazzo poi. Non abbiamo l'autorizzazione (di chi? di Cristo himself?). Cazzeggiamo nel gabbiotto di contenimento, poi mi gioco la carta ambasciata. Misura del controllo nazionale: la musichina e consegunte segreteria telefonica del numero consolare. S'inventano la palla che nessun internazionale entra a Nablus per le prossime ventiquattr'ore. Ma mr. shekel sa come risolvere la situazione, ovunque e in ogni luogo. 100 pezzi e troviamo il camioncino che bypassa il checkpoint percorrendo qualcosa che e' oneroso chiamare strada. Attraverso le montagne.

E in silenzio penso al matrimonio di ieri sera, mentre questo trabiccolo scavalca un paesaggio che fa a pezzi il concetto di bellezza, che merita stupore, che morde tutte le immagini immaginate. Il matrimonio dunque: non a caso m'ero messo una giacca in valigia che miracolosamente s'e' ingrandita. Uno sbirulino pallido e straniero nel sancta sanctorum dei rapporti clanici. Qui le donne ballano, solo loro. La sposa ingoia rassegnazione ad ogni sguardo, poi non so. Non ci capisco di femmine da me figurati qui. Magari e' la piu' felice delle spose. Misura del controllo familiare: gli uzi sotto la giacca e sorrisi a trentadue denti. Questi movimenti mi mandano in una paranoia immediata, smetto di essere qui, scompaio, penso alle comunioni di Casal di Principe, la sostanza politica delle armi e' meno di niente. E' chiaro. Me lo dice il decimo piano di questo palazzo, il vento, la citta' sotto che dorme di un leggero coprifuoco.

Che poi questa citta' offre le sue meraviglie: dolci spettacolari, prospettive concave, isoalamento. E tutta questa grafica sgargiante dei martiri, medagliette con nome e foto, sguardo proiettato al futuro, ferro in bella mostra. La stessa estetica del neonazismo di nicchia, quello da folk apocalittico per intenderci. Lo stesso occidente, il futuro che verra' e sara' per i giovani della tradizione, gli eroi malinconici, gli immolati della salvezza. Misura del controllo generazionale: l'immagine del potere possibile. Mafia della speculazione sull'assedio permanente che questa generazione si porta dentro, in ogni presente, senza via di fuga.

Pero', ci sono anche altre cifre. Eccomi su quest'autobus per Sabastya, non importano i soldati che entrano e i controlli. Io per me mi tengo queste scritte di pennarello blu su sfondo bianco. Scritte senza pretesa alcuna, il nome della localita' da raggiungere, forse una frase. Scritte che non so perche' ma m'immagino siano di donna, con tutta un'esistenza che sistema i checkpoint tra le cose inevitabili, come fare la cacca, e pensa a tutt'altro, una prospettiva. E valla a controllare quella.
PS: Mi sono fregato queste foto di Nadia perche' sono quelle che avrei voluto fare io alla manifestazione del primo luglio ma che la mia macchina e la mia mano non mi hanno concesso. Comunque la situazione era pressappoco cosi':


nota a margine: americani & giornalisti
Ricordate il tizio del San Francisco Chronicle che citavo qui? Ebbene, ho incontrato Alex ora al Nethouse che ha sgamato l'articolo di quel faccia di merda sui fatti di Balata, consultabile qui. Nessun "Molotov cocktail" (al massimo triktrak in bottiglie di vetro); "Demonstrators threw fireworks": quanti, uno? O stavamo in due posti diversi? Nessun esotico e/o militante Allah Akbar, io c'ero. Solo pietre. "Despite the current Israeli-Palestinian cease-fire and the halting steps toward a Middle East settlement, many in Nablus continue to support violent resistance to the Israeli military presence". Verrebbe da dire: per fortuna.
diversamente abili
Questo boato in piena notte si porta via tutte le risate raggiunte. Il lavoro di una giornata, insomma. Niente fischi da lancio, questa è una casa minata e abbattuta. Cosi' dice Ettore. Mi sono rotto i coglioni di questo posto - è assodato. Bevo questa tisana, senza zucchero, ultima della lunga serie di beveroni che riempiono lo stomaco di queste giornate. Bevo e penso a ieri, rannicchiato nell'angolo di un pollaio, come a nascondino, e all'elefante da portare a casa. "Uh era questo allora l'elefante" disse saggiamente Rosalinda un mese fa. Proprio questo, ma se lo guardi da vicino è cosi' grande da poter essere qualsiasi cosa, un muro ad esempio. Un tappeto. Una situazione porosa e sporca, laida. Un altro sorso, l'università. Stamattina. Me l'aspettavo rantolante An-Najah, grossolana, pantomima di qualcosa. Non lo nascondo. In effetti lo è, ma d'un patinatume che si mette le nostre architetture accademiche sotto i piedi. E una flora batterica di giovani studenti come in europa. Mancano i capelli lunghi e le scritte sui muri. Molti invece i veli e gli stendardi delle fazioni del consiglio degli studenti. Al banchetto di Hamas ci sono tre donne. Tre donne per le public relation, sole. Alla finestra Sara sta sentendo i soldati. Sento solo questi tasti e il cigolio delle imposte. Sospiro. Non c'è nessun soldato. Rannicchiato ieri nell'angolo di un pollaio, Rosalinda mi copriva con Gigi di fianco. Incatastati nella fesseria di un nascondino per il quale non si rischia nulla, noi. Sentivo le sue gambe tremare sulla mia testa, forse in sincrono con le mie. Ma era un gioco, abbiamo deciso che lo fosse. Il teatro di tutte le maniestazioni che mi rifiuto di fare in Italia. Per gli stessi motivi di qua. Maradona prega per loro, perchè non sanno quello che fanno. Un altro sorso, s'è fatta fredda. Questo mio isolarmi non giova alla caratura delle gerarchie. Il sospetto, sono convinto, prenderà il sopravvento. Ma chi se ne fotte. Ragazzini che giocano alla pace scappando al primo colpo, senza tattiche, solo massa e gambe e chiacchiere. Io naturalmente, il primo. Intrinsecamente fesso. In gara per una birra a Ramallah. Il mio "report" di stasera sarà deleterio come la mia presenza al mio nome. Monodimensionale, permeabile, poroso come questa terra tutta uguale. "Questa è la biblioteca". C'è pure Lacan in Palestina, in inglese. E se esci fuori da questo cancello le macchine rischiano di tozzare per la sorpresa dell'intruso. Ashnabi, non so come si scriva ma il suono è questo, forestiero. Alla fine ti distingue dai mostri che alzano i muri, la cui prole ai check-point, entrando a Nablus, non si stancherà mai di aggiungere "Do you like Shekem?" o "Welcome to Israel". E a conti fatti hanno pure ragione. Era vero quindi che le jeep giravano stasera. E io che penso ai miei pavoni, e gli elefanti. La casa a cui è dovuto un ritorno, giustificato. E poi ho girato un'ora di intervista negli scavi, notevole sisi. Se tutto va bene ci faranno un bar. E sarebbe meglio per tutti. Per berci cosa poi, Fanta alla mela verde. Cristo portaci con te nel tuo regno, quella favola. Quello dove i giusti sono giusti e gli sbagliati non sono. Avessi io la capacità, almeno il sentore. Dall'alto della ruota panoramica, perchè quelle adesso girano, e c'è gente, e bambini, Nablus sembra Nablus. Poi ti ritrovi con lo stomaco in gola mentre lei gira, e sai di detestare la gente che c'è sotto. Quant'è che siamo pazzi, zero. Amabili d'ingenuità, sorpresi. E' volato qualcosa, l'ho visto, un insetto. O solo una di quelle macchie da stanchezza che hanno pure un nome. Specifico come tutto il resto, come ogni singolo poro di questo tessuto che strapperei.

Coazione a ripetere: Bil'Ain 1/7/2005








Il buono nelle cose: Nablus 30/6/2005 [foto di Ugo]
Che poi uno non lo sa finchè non succede. O meglio, ha sempre saputo che si tratta di un gioco, guardie e ladri su scala planetaria. In pratica la situazione prende una piega ripida nonostante la piena prevedibilità: ci trovamo tutti nella sede del Palestinian Working Women for Development a Nablus, quando Majdi lascia intuire che le cose la' fuori stanno andando strane. La notizia assurda di due commando israeliani catturati dai fighters mentre gironzolavano in borghese per la città vecchia sembra venire da un altro mondo. Ma le jeep militari che superano i nostri taxi a sirene spiegate sono vere. Scendiamo per fare un brevissimo briefing con altri internazionali e gente dell'ISM e del Medical Relief. Prime sintetiche istruzioni su come affrontare sound bomb, lacrimogeni ed eventuali proiettili. Ci dividiamo, gruppi da tre. Io Edo e Ugo andiamo verso il campo profughi di Balata, gli altri non si sa, al Jasmine probabilmente. Alla fine non so perchè andiamo li', ma siamo in ballo: noi tre, Alex, una ragazza inglese, probabilmente fotografa, e Muhammad, ragazzo straordinario, boss dell'ISM nel ghetto di Balata. "It's not funny", ci dice questa pallida e silenziosa ragazzina d'oltremanica mentre attraversiamo in taxi la città. E la strada è coperta di pietre, e persone che corrono e copertoni bruciati: fine della calma piatta. Ho la telecamera ma non riesco a riprendere, non so come muovermi, io sono nuovo di qua, non capisco l'arabo, parlo un cazzo di inglese. E soprattutto non so cosa stia succedendo. Il taxi ci ferma fuori Balata, una Jeep viene presa a pietrate da un gruppo di ragazzini: sembra lo stereotipo delle nostre infanzie incollato a quello dei reportage da quaggiù che arrivano, impacchettati col massimo rigore formale, in Italia. Dalla jeep i militari parlano israeliano, l'altoparlante distorce la voce, sembrano alieni cattivi venuti ad invadere un pianeta come nella fantascienza classica. Spersonalizzazione: i bambini giocano a sconfiggere un nemico che non è umano. Con le pietre. Balata è chiusa, sigillata ad ogni ingresso da mezzi militari, ci dicono quindici, sventolanti la stella di Davide. Muhammad ci guida per una sentiero tra le case da dove i ragazzini staccano le pietre. Primi spari e non so di quale cazzo tra le armi di cui sopra possa trattarsi. Camminiamo tra le case, veloci, corriamo. A testa bassa perchè non abbiamo idea. Perchè i fighters qui non ci conoscono, e in questo momento non è il caso di intraprendere le reciproche presentazioni e non so neanche chi o cosa sto seguendo. Pero' ridacchio, come i bambini intorno, lanciatori abilissimi, in grado di portare una pietra oltre una palazzina di due piani con una traiettoria parabolica. Senza supporti, solo le braccia. Lanciano massi dai tetti per ricavarne pietre di media grandezza. Come da noi, ma palesemente routinizzato.
Arriviamo al punto. Dentro Balata, a 30 metri da noi l'uscita della strada bloccata. In quest'incrocio si concentra il gioco dell'unità palestinese. In quest'entusiasmo goliardico, il gioco della battaglia, i ragazzi ritrovano unità anche con noi, stranieri, spie in potenza o semplicemente poveri stronzi inutili capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Da qui non si esce più. I ragazzi del MR sono cordiali, Muhammad gestisce tutto, coordina, divide telefoni, fa battute tutto il tempo. E' più giovane di me, sicuro. I soldati fuori la strada non fanno uscire più nessuno, neanche donne e bambini, neanche le ambulanze. Edo e Ugo seguono Muhammad in ricognizione a Jerusalem Street, io resto. Con un ragazzo spagnolo, qui da due settimane ma vergine di incursioni diurne. Forse la faccenda dei rapiti è vera. Forse. Ci si augura che non escano i fighters dal centro del campo senno' è un casino. Prime folate di gas, da fuori. Ricavo cipolle da un gruppo di signore. Poi quiete.
Aspettiamo sotto il sole, le pareti della strada sudano. Stallo. Non si esce, non si entra. Minuti che non passano mai, migliaia di pietre e sigarette. Il gioco stanca. Ma quando ti ritrovi da un parte, che sia giusta o sbagliata, simpatizzi. Questo lo sapete tutti. Anche perchè l'alternativa è fare lo straniero in terra straniera, e al momento qui non è il caso. Mentre aspetto mi vengono in mente le cose più stronze: videogiochi, scopate non fatte, zuppa di fagioli al Pecco. Anche nulla. Che cosa dovrà dire e come, quanto effetto di verità, quanto artificio per una cosa che, sostanzialmente, è normale amministrazione qui come atrove. Elicotteri setacciano la zona. Dico a un tale che imparero' l'arabo, prima o poi, in un'altra vita. Poi i ragazzi tornano "tutto tranquillo". Fuori ogni tanto si sentono colpi. Arrivano giornalisti del New San Francisco Cronicle o qualcosa del genere, mi chiedono qual'è la situazione "15 jeep all around Balata, no one can enter or exit". Mi chiedono com'è la situazione "all quiet". Lo sguardo del tipo è tutto un programma, mi atteggio a faccia paracula fingendo di fingere quando la realtà del fatto che io non sappia effettivamente niente della situazione o di qualsiasi altra cosa qui è maledettamente vera. Muhammad ci consiglia, ci chiede, di non dare informazioni (quali?), non parlare con chi non si conosca. Poi la situazione sembra stabilizzarsi, sotto un sole atroce, rassegnati all'idea di dover restare qui e subirci l'incursione notturna. Ero di fianco a Edo, seduto, quando ci sparano due lacrimogeni praticamente in bocca, nel momento di calma maggiore. Lo vedo buttarsi di scatto a lato, pensava (come me) che fossero pallottole. Poi non vedo più un cazzo, solo corsa tra gente che vomita. I polmoni in fiamme, le braccia, tengo aperti gli occhi. Io sostengo, qui, che non sono come i nostri. Fortunatamente Ugo è con me, Edo non so, dietro non ho idea di cosa succeda. La gente scende dalle case, tossisce. Chiedo a un vecchio delle cipolle, ce ne taglia una. Sputo catarri fangosi. M'aspetto il peggio, che entrino adesso nel campo, il che significherebbe un'operazione in grande stile.
Non succede. Ci hanno solo presi per il culo. Dopo mezz'ora circa se ne vanno. I ragazzini escono fuori in un tripudio, "vittoriosi". Stanotte qui saranno cazzi, o forse no. Muhammad ne approfitta, ci porta a casa di un suo amico, un martire, tagliato di netto a 23 anni da un missile. Filmiamo: la casa è un mausoleo al ragazzo, Kahlil mi pare, gigantografie, un modellino in scala di Al-Aqsa (che poi non è Al-Aqsa) dentro una teca. In un posto come Balata non puo' non mettere piede il fondamentalismo (che qui non raggiunge comunque livelli che vadano oltre la nostra Forza Nuova). Andateci in vacanza, capirete. Avere il rischio di trovarvi puntato un M16 in mezzo agli occhi nel bel mezzo del vostro Maurizio Costanzo notturno, ascoltare queste voci aliene di uomini-carro, figli d'israele. Qui si combatte contro mostri, cosi' come la tattica militare sionista ha deciso di apparire. E ci sarà una generazione intera, quella dei campi profughi, convinta che gli israeliani non sono esseri umani: stanno coltivando la loro nemesi. Poi mangiamo qualcosa, al centro di balata. Felafel, una frittata e altri fatti. I fatti migliori mangiati finora, o forse quelli più necessari, forse. Muhammad ci traduce la radio, il notiziario: nessuna rivendicazione, sarà stata una scusa per creare tensione, far ricordare chi e' che comanda, come fosse necessario. Non si perdono cosi' due soldati. Verso casa sentiamo il resto del gruppo, stanno bene. Casini nella città vecchia, ma ne sono stati lontani. Sembra di aver pianto per sei ore, milioni di lacrime, "un pianto antico". Questa cosa piace a Edo, ne sono contento. Ma se per le lacrime ci servono a forza i lacrimogeni, allora il problema è altrove.
khalastin in Alice in Settlerslan...
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